Comunicati Stampa

“Gli Stati Uniti devono riassumere la protezione dei residenti di Ashraf” – Maryam Rajavi

CNRI – In una conferenza a Parigi il 22 dicembre intitolata “Camp Ashraf e la politica sull’Iran”, la signora Maryam Rajavi, Presidente-eletta della Resistenza Iraniana, ha sottolineato che “gli Stati Uniti devono riassumere la protezione dei residenti di Ashraf e le Nazioni Unite devono attuare lì un monitoraggio permanente.” Durante la conferenza sono intervenute personalità quali l’ex sindaco di New York Rudy Giuliani, l’ex Attorney General degli Stati Uniti Michael Mukasey, l’ex ministro per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti Tom Ridge e la consigliera del Presidente George Bush per l’anti-terrorismo Frances Townsend.

Quello che segue è il discorso della signora Rajavi.

Prima di tutto, consentitemi di dare il benvenuto ai nostri distinti ospiti dagli Stati Uniti. Voglio anche esprimere il mio apprezzamento per la vostra coraggiosa posizione nel chiedere l’adozione di una politica decisiva contro la dittatura religiosa al potere in Iran e la cancellazione dell’opposizione democratica iraniana dalla lista delle organizzazioni terroristiche straniere negli Stati Uniti.

Quando, nel suo discorso a New York, il sindaco Giuliani parla della sua esperienza nel combattere il terrorismo e chiede la cancellazione dell’etichetta di ‘terrorismo’ dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo dell’Iran, egli manda un messaggio al popolo dell’Iran e ai residenti di Ashraf: che non sono soli nella loro lotta per la democrazia.

Le considerazioni dell’Attorney General Mukasey sul ruolo unico della Resistenza Iraniana, l’enfasi da parte del ministro Ridge sul fatto che cancellare la designazione di ‘terrorista’ dell’opposizione è probabilmente l’ultima e la migliore speranza, l’emozionante messaggio della signora Townsend alle donne in Ashraf, e la straordinaria osservazione che gli obiettivi politici devono essere consistenti con i nostri valori – tutto questo riflette la formazione del consenso per una nuova politica nei confronti dell’Iran.

Queste eloquenti considerazioni e il riconoscimento della necessità di cambiamento democratico in Iran prima di ogni altra cosa indicano al popolo iraniano che l’era dell’indifferenza per il suo dolore è giunta al termine.

Oggi vorrei parlare brevemente del mio Paese in catene e delle opzioni che abbiamo di fronte.

Questa conferenza ci fornisce una grande opportunità di discutere quali siano le scelte più giuste nei confronti della più importante crisi politica che il mondo debba affrontare ora.

La ricerca di una politica appropriata circa il problema iraniano è stata una fonte di dispute intellettuali e politiche. Per molto tempo, coloro che proponevano la condiscendenza o ‘appeasement’ hanno sostenuto un punto di vista che insisteva sulla stabilità e l’abilità del regime e ignorava la resistenza del popolo iraniano.

Le rivolte del 2009, tuttavia, hanno trasformato completamente la natura del dibattito mostrando che il regime al potere in Iran è entrato nella sua fase finale.

La ribellione ha mostrato le reali coordinate della società iraniana oggi:

1. La fondamentale debolezza del regime, che si è frammentato;
2. La mancanza di una base sociale per i mullah;
3. L’emergere di una generazione di giovani uomini e donne che non si fermeranno ad alcun traguardo che sia minore della conquista di libertà e democrazia;
4. Il generale sostegno della società iraniana alla principale richiesta della resistenza organizzata: il cambiamento dell’intero regime.

Negli ultimi mesi, nonostante una brutale repressione, i mullah non sono riusciti a soffocare le rivolte e hanno dovuto cercare di contenere le proprie divisioni interne. Le ondate di protesta degli studenti in tutto il Paese il 7 dicembre e l’improvviso licenziamento del ministro degli Esteri e del primo vice-presidente negli ultimi giorni hanno ancora una volta dimostrato questa realtà.

Ora, cosa si dovrebbe fare con un regime che è entrato nella sua fase finale?

- La prima opzione è dialogo con ulteriori concessioni, nella speranza che abbandoni la preparazione di armi nucleari;
- La seconda opzione è fermezza e solidarietà con la resistenza del popolo iraniano che si batte per il cambio di regime.

La politica statunitense di dialogo negli ultimi due anni ha sfortunatamente seguito la prima opzione. Ha danneggiato gravemente il movimento del popolo iraniano e ha contribuito a tenere in piedi il regime.

Come ha detto più volte il leader della resistenza Massoud Rajavi, “Noi desidereremmo solo che i negoziati e il dialogo con il regime fossero fruttuosi. Ma abbandonare l’esportazione del terrorismo e le armi nucleari porterebbe inevitabilmente a un alleggerimento dell’oppressione del regime all’interno del Paese, spezzerebbe la presa della repressione e spingerebbe il pubblico a scendere nelle piazze. Questi sviluppi condurrebbero il regime all’implosione. Ma la dittatura religiosa non vuole ritirarsi e, secondo le sue stesse parole, commettere suicidio per paura di morire.”

Sarebbe utile esaminare alcune delle dannose conseguenze della politica di ‘dialogo’ in diversi aspetti

In primo luogo, le rivolte:
Potete avere sentito che durante le rivolte nelle vie di Teheran la gente scandiva: “Obama, sei con noi o con i mullah?”. La ribellione è stata una grande opportunità, che gli Stati Uniti hanno sprecato. Invece di essere dalla parte del popolo iraniano, il Presidente Obama ha teso una mano ai leader del regime, cosicché nel momento culminante della ribellione, nell’ottobre 2009, gli Stati Uniti hanno negoziato direttamente con gli inviati di Ahmadinejad.

In secondo luogo, il programma nucleare:
Perseguendo il dialogo, il Presidente Obama ha dichiarato pubblicamente di opporsi a che le armi nucleari siano nelle mani dei mullah al potere. Ma in pratica, la sua politica fornisce opportunità ai mullah attraverso negoziati infruttuosi. Sentendosi sicuri, i mullah non solo hanno prodotto 3.200 chilogrammi di uranio a basso arricchimento; hanno anche iniziato a produrre uranio arricchito al 20 per cento.

Oggi, molti riconoscono che i colloqui dell’anno scorso sono stati un passo indietro e che quelli di quest’anno sono stati due passi indietro. Così occorre ripetere le pertinenti osservazioni di Sir Winston Churchill a Neville Chamberlain, quando disse: “Avete avuto la scelta fra guerra e disonore. Avete scelto il disonore e avrete la guerra.”

In terzo luogo, la situazione in Iraq:
In seguito alla guerra in Iraq, gli Stati Uniti hanno consentito a partiti sostenuti dal regime iraniano di entrare nel governo dell’Iraq.

In quegli anni, il movimento della resistenza ha fornito più di 4.000 notizie di intelligence circa le attività dei mullah in Iraq. Ad esempio, i nomi di 32.000 agenti iracheni sul libro paga del regime. Teheran ha gradualmente portato l’Iraq sotto la sua dominazione nascosta.

Purtroppo, in quel periodo occhi ed orecchie sono stati chiusi alle nostre messe in guardia. Mentre era ovvio anche allora che sono le bombe dei mullah a causare la maggior parte delle stragi in Iraq.

La nuova amministrazione americana ha lavorato per il ritiro dei soldati USA dall’Iraq. Ma questo non dovrebbe consentire ai mullah di dominare quel Paese.

Se questa politica non sarà radicalmente cambiata, l’Iraq sarà consegnato ai mullah su un vassoio d’argento. E questo è un grande test per gli Stati Uniti.

In quarto luogo, la resistenza organizzata del popolo iraniano:
Nel tentativo di ammorbidire i mullah, gli Stati Uniti hanno bloccato la Resistenza Iraniana e conseguentemente la via del cambiamento.

La giusta soluzione al problema iraniano è il cambio di regime, un cambiamento democratico da parte del popolo e della resistenza iraniani. Questo è il fattore definitivo nell’equazione iraniana. Quindi, qualsiasi politica che blocchi la Resistenza ignora il più importante attore per il cambiamento in Iran e il punto debole del regime. Questa mancanza è al cuore di un’erronea politica di dialogo.

In nessun luogo tale errore è più evidente che nella situazione di Ashraf.

Gli Stati Uniti erano consapevoli del fatto che il governo di Maliki stava eseguendo le disposizioni dei mullah e attuava tale politica commettendo atrocità e terrorizzando il pubblico iracheno. Nonostante questo, hanno trasferito la protezione di Ashraf all’Iraq.

Come hanno dimostrato gli esperti legali, questo trasferimento ha violato quattro principi di diritto internazionale: la IV Convenzione di Ginevra, la Convenzione contro la Tortura, il principio di non respingimento e quello del diritto alla protezione.

Non intendo discutere gli aspetti legali della situazione di Ashraf. Voglio parlare del danno fatto dalla politica di ‘dialogo’ al punto focale di speranza per il popolo iraniano. Quando i mullah volevano contenere le rivolte in Iran, hanno prima di tutto attaccato Ashraf. Essi hanno riconosciuto pienamente le relazioni fra un movimento di resistenza e le penetranti proteste. E nessuno più degli americani ha visto le pressioni da parte del regime iraniano per chiudere Ashraf. Teheran ha sollevato l’argomento durante tre serie di negoziati ufficiali fra il Dipartimento di Stato e gli inviati del regime a Baghdad.

Ora si sono ridotti a una vergognosa guerra psicologica contro i residenti installando 140 altoparlanti intorno ad Ashraf o negando cure mediche e farmaci ai pazienti. Davvero, perché i mullah hanno così paura di un gruppo circondato e disarmato a 70 chilometri dal confine iraniano? Perché sanno che Ashraf ha la chiave del cambiamento. Sanno che con 1.000 donne che indicano il cammino, Ashraf ispira eguaglianza ed emancipazione per le donne.

Ora veniamo al più grande errore nella politica di ‘dialogo’, riflesso specificamente nell’inclusione dei Mojahedin del Popolo nella lista delle organizzazioni terroristiche straniere del Dipartimento di Stato.

Oggi, non abbiamo bisogno di discutere la sostanza di questa etichetta. Il punto focale della nostra discussione è l’impatto critico di questa inclusione, che ha fermato il motore del cambiamento in Iran.

Quando bloccate il motore del cambiamento in Iran, come potete aspettarvi che le sanzioni siano efficaci?

Quando ponete ostacoli sul sentiero del movimento di opposizione, cosa rimane per fermare la condotta aggressiva del regime?

Perché si comprenda questo punto, devo riferirmi in particolare al ruolo dell’OMPI come l’antitesi del regime fondamentalista al potere in Iran.

Khomeini e i suoi hanno eretto la propria dittatura sotto la bandiera dell’Islam; un Islam che è identificato con amputazioni, lapidazioni, misoginia, menzogne, frode ed esportazione del terrorismo. In opposizione diametrale, l’OMPI ha presentato un’interpretazione tollerante e democratica dell’Islam.

Un Islam tollerante e democratico è l’unico antidoto praticabile al fascismo religioso sotto la bandiera dell’Islam.

Questo carattere culturale e le profonde radici nella società iraniana hanno reso l’OMPI un’effettiva antitesi ai mullah.
Essa è non soltanto la ragione del fallimento del fondamentalismo in Iran, ma anche il principale baluardo contro l’avanzata del fondamentalismo, segnatamente dei mullah, nella regione.

Quando l’OMPI è stata inserita nella lista delle organizzazioni terroristiche, il solo movimento organizzato musulmano che poteva bloccare l’avanzata del fondamentalismo islamico è stato in effetti soppresso.

Da questa prospettiva, il ruolo senza rivali di Ashraf diviene ancora maggiore.

Come milioni di iracheni hanno affermato in una dichiarazione, in virtù del loro atteggiamento anti-fondamentalista e anti-estremista i Mojahedin sono stati al fianco del popolo iracheno come un’alternativa e un contrappeso al regime iraniano.

In sintesi, negli ultimi tre decenni gli Stati Uniti sono stati dalla parte sbagliata, assistendo costantemente i mullah. Con l’idea di favorire degli inesistenti moderati all’interno del regime, hanno ripetutamente offerto concessioni ai mullah. Hanno etichettato come terrorista un movimento che è l’attore del cambiamento in Iran.

In Iraq, obiettivo degli avidi disegni di Teheran, hanno aperto le porte agli interventi dei mullah. Hanno reso Ashraf, che simboleggia la lotta per la libertà del popolo iraniano ed è una barriera contro il fondamentalismo, oggetto di attacchi e cospirazioni da parte irachena, e attraverso negoziati e condiscendenza hanno portato i mullah più vicini alle armi nucleari.

Nel ricordare questi colossali errori intendo far giungere al termine il dolore e la sofferenza del popolo del mio Paese.

La mia intenzione nel combattere questa discreditata etichetta di ‘terrorismo’ e nel difendere Ashraf è portare libertà al popolo dell’Iran.

Ciò che disse una volta lo statista americano Thomas Jefferson “si diffonderà, in alcuni luoghi prima, in altri più tardi”, deve ora diffondersi in Iran, il cui popolo è assetato di libertà e democrazia.

Permettetemi di concludere evidenziando alcuni punti.

Primo, le sanzioni sono necessarie, specialmente se si evolvono in un embargo sul petrolio. Ma esse avranno un impatto solo quando saranno abbinate alla Resistenza del popolo iraniano. Inoltre, è imperativo che il dossier sulle violazioni dei diritti umani da parte dei mullah, in particolare il capitolo sul massacro di 30.000 prigionieri politici, sia deferito al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Secondo, la soluzione del problema iraniano è il cambiamento democratico attuato dal popolo e dalla resistenza iraniani. E’ quindi necessario che gli Stati Uniti rimuovano gli ostacoli posti sul sentiero del cambiamento, in particolare la designazione come ‘terrorista’ dell’OMPI.

Terzo, l’aspetto più importante della politica di condiscendenza o ‘appeasement’ negli ultimi due anni è stata la violazione da parte degli Stati Uniti del loro impegno di proteggere Ashraf. Gli Stati Uniti devono riassumere la protezione dei residenti di Ashraf e le Nazioni Unite devono attuare lì un monitoraggio permanente.

Quarto, come movimento di Resistenza che è l’antitesi del fondamentalismo islamico, dichiaro che ci battiamo per l’istituzione di una repubblica basata sulla separazione di Chiesa e Stato, un sistema pluralista di governo basato su eguaglianza di genere e partecipazione attiva e paritaria delle donne nella guida del Paese.

Ci battiamo per i diritti umani e per l’abolizione delle pene medievali e delle leggi di sharia dei mullah. Vogliamo un Iran non nucleare che stabilisca rellazioni amichevoli con tutti i Paesi del mondo.

Siamo vicini alla celebrazione della nascità di Gesù Cristo, un profeta che ha detto di venire per liberare gli oppressi. Nel felicitarmi con i suoi seguaci, invito tutti a sostenere il popolo iraniano e Ashraf.

Vi ringrazio tanto e sono ansiosa di ascoltare le vostre opinioni.