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  • Last Modified: Martedì 23 Luglio 2019, 06:48:35.

Iran: Onda Verde e Mujaheddin: i due volti della resistenza

VERONICA TROVATO

ImageAvanti, GIOVEDÌ 02 SETTEMBRE - Negli ultimi tempi le notizie che provengono dall’Iran entrano nelle nostre case con frequenza quotidiana. I botta e risposta di Ahmadinejad, oggi con l’opposizione interna domani con i Paesi limitrofi e la comunità internazionale, sono diventati la regola. Nello stesso lasso di tempo l’opposizione al regime dei mullah, specie dopo le ultime elezioni, si è incarnata nell’Onda Verde. Come vuole la tradizione della dissidenza, il movimento accoglie tra le sue braccia giovani, intellettuali e studenti per lo più, e donne, riconoscibili per il colore della loro “divisa”.

C’è da dire che l’Onda è emersa dal silenzio e si è guadagnata la ribalta internazionale in parte per meriti propri e in parte grazie ai riflettori della stampa estera. Tale movimento è però l’ultimo nato in casa Iran e il paragone con il suo più antico e celebre precursore viene spontaneo. La maggioranza dell’opposizione al dittatore ha però un altro nome. Si chiama Pmoi, l’organizzazione dei mujaheddin del popolo iraniano, nata a metà degli anni Sessanta e avente sede a Parigi. Ad un primo impatto il nome potrebbe far pensare erroneamente ai ribelli afghani che si opposero all’invasione russa del 1979. In realtà questo movimento, che difende la bandiera del socialismo islamico, è nato per opporsi alla secolarizzazione imposta dallo Scià per poi evolvere nella forma più organizzata di dissidenza all’attuale regime dei mullah. Se volessimo dare una connotazione territoriale al Pmoi dovremmo prendere come riferimento il campo di Ashraf dove vivono 50mila fuoriusciti iraniani. Un lembo di terra iracheno, che si trova a 60 Km da Baghdad e a 120 dal confine con l’Iran, che vive costantemente sotto un assedio ordito da Iran e Iraq in combutta. Una situazione di emergenza che ha spinto Ban ki Moon a sollecitare una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che riaffermi i diritti dei residenti di Ashraf contro i tentativi di dispersione ed estradizione dal campo. Quella sorta di limbo è diventata la casa di iraniani di cultura che nel tempo sono stati capaci di creare una sorta di network internazionale per la diffusione della controinformazione, ossia le verità sulle trame del regime, sulla guerra psicologica e i tentativi, neppure tanto velati, di gettare discredito sul Pmoi. Uno scenario che fa tornare alla mente le descrizioni di Orwell sulla “psicopolizia” o lo “psicoreato”. Il movimento della resistenza iraniana nel frattempo si è evoluto, tanto da arrivare a trasformarsi in un vero e proprio parlamento in esilio che ha elaborato una propria “carta costituzionale”, che ha un suo presidente eletto che lo rappresenta e dialoga con le massime autorità mondiali. Il Pmoi è pronto a prendere le redini dell’Iran e a riorganizzare il Paese su base democratica ad avvenuta cacciata del dittatore. L’apice della sua forza di pressione è stato raggiunto quando l’Ue ha deciso di depennarlo dalla lista nera dei gruppi terroristi, un successo che il movimento spera di poter conseguire anche negli Usa. Balzano subito all’occhio le differenze con l’Onda Verde. Quest’ultimo è un movimento troppo giovane, troppo di nicchia (non è un caso, infatti, che la massa non vi si riconosca), troppo geograficamente localizzato e troppo poco organizzato per arrivare a esercitare un’opera di pressione che duri nel tempo e che sia realmente incisiva. Se i mujaheddin non sono ancora riusciti nell’intento, tanto da prendere la via dell’esilio, è ragionevole pensare che le campagne dell’Onda lascino il tempo che trovano, fatte salve eventuali virate organizzative.

 

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