mercoledì, Ottobre 20, 2021
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Filmati della prigione di Evin confermano il peggioramento della repressione in Iran

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L’agenzia Associated Press ha riferito lunedì 23 agosto di avere ricevuto filmati di sorveglianza della prigione di Evin da un collettivo di hacker anonimo, insieme a un messaggio che spiegava lo scopo della loro diffusione. Tra i filmati c’erano immagini che mostravano le guardie nella sala di controllo di Evin mentre reagivano all’attacco informatico attraverso il quale gli hacker hanno ottenuto l’accesso alle telecamere e ai dati del computer della struttura. Secondo le comunicazioni ricevute dall’AP, gli hacker hanno copiato dati che ammontano a centinaia di gigabyte e ne hanno esaminato gran parte per mesi prima di rilasciarne molti ai media a seguito del giuramento di Ebrahim Raisi come nuovo presidente del regime all’inizio di questo mese.
Il filmato di Evin è stato presentato come parte di un tentativo di attirare l’attenzione sulle cupe condizioni carcerarie in Iran, in particolare per i prigionieri politici. L’insediamento di Raisi alla presidenza è un elemento considerevole in questo, poiché le condizioni dei diritti umani con tutta probabilità peggioreranno ulteriormente sotto la sua amministrazione. Raisi ha una storia di gravissimi abusi, inclusa la partecipazione ad alto livello nel massacro di 30.000 prigionieri politici durante l’estate del 1988.
Il filmato copre un periodo in cui Raisi era ancora a capo della magistratura, prima di essere confermato presidente del regime. Era stato designato come il massimo dirigente dell’apparato giudiziario del regime nel 2018 dal leader supremo dei mullah Ali Khamenei, quindi era entrato in carica nel marzo 2019. Nel novembre di quell’anno, gli fu data un’opportunità unica di aggravare i suoi precedenti di violazioni dei diritti umani supervisionando aspetti chiave della repressione di una rivolta nazionale scoppiata in quasi 200 città e paesi dell’Iran.
La repressione comportò una nuova ondata di incarcerazioni, con almeno 12.000 persone detenute nelle prime settimane dopo lo scoppio dei disordini. Un successivo rapporto di Amnesty International ha chiarito che molti di quegli arrestati sono stati sottoposti a tortura sistematica per mesi, poiché la magistratura di Raisi tentava di ottenere confessioni forzate e porre le basi per procedimenti giudiziari a sfondo politico, anche con accuse che possono portare alla pena di morte.

In linea con la sua reputazione di “scagnozzo del 1988”, Raisi è stato a lungo uno dei principali sostenitori della pena capitale e, come tale, ha supervisionato una maggiore attuazione delle condanne a morte durante il periodo in cui era a capo della magistratura, rispetto a un periodo equivalente negli anni precedenti. Nel 2019 sono state impiccate almeno 281 persone e nel 2020 il numero è stato di almeno 251. Queste statistiche hanno contribuito a mantenere l’Iran, sotto il regime dei mullah, come la nazione con il più alto tasso di esecuzioni pro capite, e l’anno in corso si avvia ad ampliare ulteriormente il divario tra l’Iran e il secondo Paese con più esecuzioni in rapporto alla popolazione.
Durante i primi otto mesi del 2021 sono stati giustiziati almeno 220 prigionieri, e più di 60 di queste esecuzioni sono avvenute dopo la cosiddetta “elezione” di Raisi. Tale accelerazione mostra che l’influenza di Raisi sul clima repressivo del regime può solo aumentare dopo il suo passaggio dalla guida della magistratura alla guida dell’esecutivo. Il sostituto di Raisi come capo della magistratura, Gholamhossein Mohseni Ejei, ha a sua volta dei precedenti tristemente noti di violazioni dei diritti umani, incluso il coinvolgimento nell’assassinio di dissidenti e intellettuali negli anni ’90.
La fuga di dati dalla prigione di Evin promette di essere una fonte di nuove informazioni sulle condizioni generali di questa e di altre strutture che ospitano prigionieri politici, ma promette anche di far luce su come tali condizioni influenzano il corso dell’epidemia di coronavirus in un momento in cui il tasso di vaccinazione tra la popolazione civile è solo del 4% circa. Tra le immagini condivise dall’Associated Press, alcune mostrano i prigionieri stipati nelle celle, senza maschere e senza avere osservato procedure di quarantena. Le immagini dei prigionieri rannicchiati sotto coperte sottili evidenziano il fatto che le condizioni fredde e antigieniche di Evin e di strutture simili rappresentano un rischio per la salute dei detenuti in condizioni normali, per non parlare di quelle di una pandemia.
Numerosi esempi specifici di questo rischio sono stati evidenziati nei giorni scorsi da difensori dei diritti umani e attivisti iraniani. Mercoledì scorso, ad esempio, Iran Human Rights Monitor ha riferito che un prigioniero politico di nome Khaled Pirzadeh era risultato positivo al Covid-19 nella prigione di Sheiban presso Ahvaz ed era stato trasferito in quarantena dopo essere stato tenuto tra gli altri prigionieri per giorni mentre mostrava i sintomi.

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Il periodo di tempo tra il trasferimento di Pirzadeh e la sua infezione solleva dubbi sul fatto che sia stato deliberatamente messo a rischio come forma di punizione per il suo precedente attivismo medico.
Le prossime immagini che verranno diffuse in seguito all’hackeraggio alla prigione di Evin molto probabilmente riveleranno le condizioni sia prima che durante la pandemia e, sebbene possano dimostrare che le percosse, l’abbandono e altre forme di maltrattamento sono aumentate, mostrano certamente che le violazioni dei diritti umani sono caratteristiche costanti delle carceri iraniane, soprattutto nei reparti politici.

 

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