mercoledì, Agosto 10, 2022
HomeNotizieDiritti UmaniLe violenze della polizia in Iran: un altro fuoco sotto la cenere...

Le violenze della polizia in Iran: un altro fuoco sotto la cenere che rischia di infiammare le proteste in tutto il Paese

L’uso di pratiche repressive da parte delle forze di sicurezza, nella maggior parte del mondo non è ritenuto accettabile e per questo fa sempre notizia sui media. In Iran, purtroppo, le scene di angherie e di pestaggi di persone per le strade da parte della polizia o di agenti in borghese sono all’ordine del giorno. Cose ancora peggiori accadono alle persone nelle carceri e nelle caserme delle forze di sicurezza di un regime che non ha alcuna legittimità popolare e che per cercare di rimanere al potere ha una sola via: ricorrere a repressione e censura.

Infatti, da quando il regime clericale ha preso il potere, dopo che il popolo iraniano ha rovesciato la monarchia nel 1979, il nuovo regime si è subito assicurato di conservare i principali elementi delle forze oppressive della polizia segreta di Pahlavi, il SAVAK. I mullah si sono serviti dei funzionari più esperti per formare una nuova generazione di organizzazioni repressive e di intelligence.

Il regime dispone di decine tra organizzazioni di sicurezza segrete e pubbliche, con bilanci miliardari garantiti ogni anno, indipendentemente dalla situazione economica disastrosa in cui versa il resto del Paese.

A differenza di quanto previsto per tutti gli apparati di sicurezza nel resto del mondo libero, la polizia in Iran è prima di tutto responsabile della protezione dello Stato e non del popolo. Gli iraniani, quindi, non potranno mai contare sulle garanzie di un sistema giudiziario equo che indaghi e tanto meno chiami a rispondere quegli agenti che approfittano dei loro distintivi a proprio favore. Anzi, questo è diventato uno dei principali incentivi per entrare nei ranghi e porsi a un livello più alto rispetto alla popolazione, che ha difficoltà ad affrontare le difficoltà economiche e la povertà.

Il regime iraniano, mentre usa il terrorismo per costringere alla sottomissione i rivali regionali, ha sfruttato la paura, un naturale istinto umano di autoconservazione, per continuare a governare in modo corrotto e violento. Le vessazioni e le torture non si limitano ai dissidenti politici. Lo Stato continua a intimidire i piccoli criminali, di solito coloro che hanno commesso furti per sopravvivere, per instillare paura e timore nell’intera società, reprimendo le speranze di qualsiasi anima audace che voglia dissentire.

Sono soprattutto le donne a essere un bersaglio sistematico della macchina repressiva di questo regime. Poiché i mullah al potere hanno sfruttato la fede islamica per teorizzare e coprire la loro sete di potere, hanno metodicamente approvato leggi che si basano su tradizioni medievali e le donne sono quelle che ne soffrono di più. Ma più di quaranta anni di governo clericale hanno anche un viscerale sentimento di ribellione che le oppone aspramente al regime.

Ma fortunatamente, Internet e l’uso sempre più diffuso dei social media stanno cambiando i tempi e le tendenze a favore del popolo iraniano. Grazie agli odierni telefoni cellulari, che dotano ogni cittadino iraniano di un mezzo di ripresa, essi rappresentano la possibilità di registrare tali atrocità e di mostrarle ai loro connazionali e al mondo intero come la gente comune venga repressa e maltrattata da una sottoclasse di brutali prevaricatori che si autodefiniscono guardiani dello Stato di diritto.

Dopo che alcuni di questi sadici “guardiani” dell’ordine pubblico sono stati respinti con la forza dalla gente del posto, le forze di sicurezza sono diventate timorose delle loro azioni perché si sono rese conto delle ripercussioni che potrebbero avere se venissero riprese dalle telecamere.

Tuttavia, durante le rivolte, quando per il regime è a rischio la stabilità nazionale, i funzionari della più alta catena di comando e persino la stessa Guida Suprema sono soliti organizzare “un incontro” con una grande folla di sostenitori per invocare la repressione e dimostrare di agire con il sostegno popolare.

Così il regime mette in campo tutta la sua forze di repressione. La polizia antisommossa e i paramilitari “Basij” vengono supportati dalle Guardie rivoluzionarie e dalla loro legione straniera, la “Forza Quds”. Proprio per il fatto che molti dei componenti dell’IRGC-QF sono stranieri, essi non mostrano alcuna pietà per le persone che dovranno annientare.

Quando si parla della condotta delle forze dell’ordine in Iran, termini come “mele marce” o addirittura “elementi disonesti” non sono un eufemismo; si tratta di una pura e semplice menzogna o, peggio ancora, di propaganda sostenuta dallo Stato. Non ci sono buoni attori in un apparato che mira a proteggere la sicurezza di una dittatura. Quando si tratta di preservare un potere tirannico, anche un gesto amichevole o un contegno educato sono destinati a legittimare i più corrotti e i più oppressivi.

Con il continuo uso di telefoni e telecamere da parte degli iraniani di tutto il Paese per registrare la brutalità messa in campo dagli oppressori del popolo, la consapevolezza tra più livelli della società aumenta, così come rabbia e l’indignazione. La qualità dei filmati provenienti dall’Iran non è paragonabile a quella dei filmati provenienti dalla resistenza ucraina, ma questo non significa che le vite iraniane siano meno importanti.

Che il mondo decida di stare a guardare o di intraprendere azioni, ciò inciderà su quanto altro sangue potrebbe ancora scorrere nelle strade iraniane, ma non cambierà il destino di questo brutale regime: il suo rovesciamento.

FOLLOW NCRI

70,088FansLike
1,627FollowersFollow
38,403FollowersFollow