sabato, Giugno 25, 2022
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L’Europa fa un passo positivo con le sanzioni all’Iran, ma ora deve evitare di fare marcia indietro

European Policymakers Have Willfully Embraced Increased Danger of Iranian Attack

L’Unione Europea merita un elogio per le sue ultime sanzioni contro alcuni dirigenti iraniani. Ma lo scopo di questo elogio dovrebbe essere quello di incoraggiare altri simili passi, non di dare l’impressione che queste misure siano sufficienti o che giustifichino l’offerta di nuove concessioni al regime in altri settori. Le nuove sanzioni sono le prime in otto anni ad essere imposte dall’UE per le violazioni dei diritti umani iraniane e arrivano un anno e mezzo dopo il fatto che le ha provocate, una repressione del dissenso così violenta che rivaleggia con la portata di qualsiasi cosa abbia avuto luogo nella Repubblica Islamica dal decennio immediatamente successivo alla rivoluzione del 1979.
Questo non vuol dire che negli anni precedenti alle nuove sanzioni non fosse accaduto nulla che ne avrebbe giustificate di analoghe. Al contrario, ci sono ancora questioni relative ai diritti umani dal 2013 in poi che richiedono un’attenzione internazionale più seria, così come questioni irrisolte dall’intera storia della Repubblica Islamica. In effetti, la repressione del novembre 2019 citata nell’ultimo annuncio di sanzioni dell’UE è stata quasi certamente motivata in parte dal clima di impunità che era cresciuto a Teheran a seguito del silenzio occidentale di lunga data su tali questioni.
Un primo e particolarmente eclatante esempio di tale impunità emerse nel 1988 dopo che l’ayatollah Khomeini aveva emesso una fatwa in cui dichiarava che gli oppositori interni del sistema teocratico erano colpevoli di “inimicizia contro Dio” e quindi soggetti a esecuzione sommaria. Le autorità giudiziarie risposero istituendo “commissioni della morte” in carceri di tutto il Paese, incaricate di interrogare i prigionieri politici sulle loro opinioni e affiliazioni. Dopo alcuni mesi, questi tribunali avevano mandato circa 30.000 persone al patibolo e avevano subito poche obiezioni da parte della comunità internazionale, nonostante gli sforzi degli attivisti espatriati per attirare l’attenzione sulle uccisioni.
Nessuno è mai stato chiamato a rispondere di questo massacro e molti dei suoi principali perpetratori sono stati ricompensati con posizioni sempre più potenti nel governo e nel settore privato dell’Iran. L’anno scorso, sette esperti di diritti umani delle Nazioni Unite hanno scritto una lettera in cui hanno evidenziato “l’impatto devastante” dell’inazione di fronte ai dati contemporanei sulle uccisioni. Sebbene la questione fosse stata sollevata all’ONU nella Risoluzione del 1988 sui diritti umani dell’Iran – essi hanno osservato –, “la situazione non fu deferita al Consiglio di Sicurezza, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite non dette seguito alla Risoluzione e la Commissione dei Diritti Umani delle Nazioni Unite non intraprese alcuna azione”.
La lettera proseguiva suggerendo che Teheran considerava quell’inazione come una licenza per continuare sia a perpetrare che a coprire le violazioni dei diritti umani fino ai giorni nostri. Questa era anche l’implicazione dei riferimenti al massacro del 1988 in un rapporto di Amnesty International sullo stato dei diritti umani nel mondo, pubblicato la scorsa settimana. In particolare, la sezione sull’Iran di quel rapporto solleva la questione della repressione del novembre 2019 all’interno di una sottosezione sull’“impunità”, in un paragrafo successivo a un promemoria sul fatto che gli ex membri delle commissioni della morte continuano a “detenere le massime posizioni giudiziarie e governative, inclusi il capo della magistratura e il ministro della Giustizia attuali”.
Nel 1988, quelle figure sfuggirono alla responsabilità grazie alle politiche occidentali che davano la priorità al rapporto con i cosiddetti “moderati” del regime iraniano rispetto al confronto con gli intransigenti che guidavano le politiche di repressione interna e terrorismo all’estero. Nel 2013, quella strategia occidentale fu rafforzata dalla vittoria elettorale del presidente iraniano Hassan Rouhani, che diversi politici americani ed europei abbracciarono come potenziale fonte di riforma all’interno dell’establishment iraniano. Quella narrativa fu prontamente respinta da gruppi di opposizione iraniani come il Consiglio Nazionale della Resistenza dell’Iran, che osservò che il sistema del governo clericale assoluto della Repubblica Islamica consente poche differenze reali tra le due fazioni politiche principali.
Tuttavia, l’ottimismo occidentale fu rafforzato attraverso i negoziati sul nucleare subito dopo l’elezione di Rouhani, anche se il popolo iraniano continuava a subire rappresaglie per l’attivismo politico, così come l’escalation dell’applicazione di leggi e norme sociali fondate su una visione ufficiale fondamentalista dell’Islam sciita. Dopo i negoziati sul nucleare conclusi nel 2015, le politiche europee si sono occupate completamente di preservare il Piano d’Azione Globale Congiunto. La Repubblica Islamica lo ha compreso e le conseguenze sono diventate gradualmente evidenti nel peggioramento del comportamento del regime sia in patria che all’estero.
La repressione del novembre 2019 è stata un esempio particolarmente chiaro di questa tendenza, ma la situazione era già chiara in gran parte dei sei anni precedenti, durante i quali l’UE aveva rifiutato di imporre nuove sanzioni relative alle violazioni dei diritti umani. I segnali di allarme divennero inequivocabili dopo il gennaio 2018, il mese della più significativa protesta antigovernativa in Iran dal Movimento Verde del 2009.
Mentre il Movimento Verde era in gran parte limitato a Teheran, la rivolta del 2018 coinvolse più di 100 località e si caratterizzò anche per richieste insolitamente esplicite di un cambio di regime. Di fronte sia alla portata che all’intensità di quel messaggio, il leader supremo Ali Khamenei lottò per minimizzare il significato del movimento ma alla fine fu costretto a riconoscere che esso era stato organizzato in gran parte dall’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo dell’Iran – il principale gruppo costituente la coalizione CNRI.
Ciò contraddiceva molti anni di propaganda sulle presunte debolezza e mancanza di sostegno popolare del gruppo – propaganda che risaliva almeno al 1988, quando l’OMPI divenne l’obiettivo principale del massacro di quell’anno. Il riconoscimento da parte di Khamenei di una minaccia organizzata ha dato al sistema di potere un rinnovato incentivo a sradicare il dissenso con ogni mezzo necessario.
Sei mesi dopo la rivolta, l’UE ha rischiato di subire le conseguenze di questa situazione sotto forma di un attacco terroristico a un raduno di espatriati iraniani presso Parigi, al quale hanno partecipato anche centinaia di dignitari politici di tutto il mondo. Eppure, anche allora, i leader europei persistevano nella loro strategia di coccolare il regime nella speranza di preservare ed estendere l’accordo nucleare. Così, hanno fatto poca o nessuna menzione pubblica del complotto terroristico dopo che è stato sventato nell’estate del 2018, e anche quando i suoi potenziali autori sono stati condannati in un tribunale belga lo scorso febbraio.
Se l’UE era disposta a trascurare la potenziale uccisione da parte del regime iraniano di politici occidentali sul suolo europeo, allora Teheran aveva buone ragioni per credere che essa avrebbe anche trascurato l’effettiva uccisione di 1.500 civili iraniani – il bilancio riferito delle vittime della repressione del novembre 2019. Quella conclusione è stata finalmente contestata un anno e mezzo dopo le uccisioni, ma le nuove sanzioni dell’UE contro otto paramilitari e funzionari della sicurezza iraniani non fanno nulla per contestare il sottostante modello di impunità che riguarda il massacro del 1988, il complotto terroristico del 2018 e la vasta serie di attività maligne intercorse.
Peggio ancora, l’UE rischia di minare il messaggio di quelle sanzioni se continua a spingere la Casa Bianca a rimuovere le proprie sanzioni sul programma nucleare iraniano. Se la politica occidentale continua a dare la priorità al PAGC su tutto il resto, e quindi ripristina lo status quo nonostante tutte le violazioni dei diritti umani recenti e in corso, allora Teheran sarà uscita da quelle violazioni con più ricompense che sanzioni. Questo è chiaramente l’opposto del risultato che i leader dell’UE dovrebbero promuovere, poiché il conseguente senso di impunità incoraggerà inevitabilmente il regime iraniano a espandere le sue attività maligne in tutte le aree, comprese quelle che minano direttamente gli interessi occidentali e la sicurezza globale.

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