martedì, Maggio 24, 2022
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Sono stato testimone dei crimini contro l’umanità commessi dall’attuale presidente dell’Iran

Avevo 15 anni nel 1981 quando fui arrestato dalle forze di sicurezza iraniane. Quando divenne chiaro che ero un sostenitore dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo dell’Iran (OMPI/MEK), fui sottoposto a procedimenti legali fittizi che portarono alla mia condanna a 10 anni di carcere. Ero a circa sette anni dall’inizio della mia pena quando il “Leader Supremo” del regime Ruhollah Khomeini emise la sua fatwa dichiarando che tutti i sostenitori del MEK erano nemici di Dio e chiedendo che fossero giustiziati senza pietà o esitazione.


Dopo che la ‘Commissione della morte’ di Teheran fu convocata per eseguire quella fatwa nell’estate del 1988, fui portato al ‘Corridoio della morte’ della prigione di Gohardasht in sei diverse occasioni. Quindi, ho avuto rapporti più frequenti di quelli della maggior parte dei miei compagni detenuti con l’uomo che sarebbe diventato, nel 2021, presidente del regime clericale iraniano. Ebrahim Raisi era uno dei quattro membri della ‘Commissione della morte’, e la mia esperienza con lui ha confermato ciò che molti altri sopravvissuti al massacro del 1988 hanno detto nel corso degli anni: che era allo stesso tempo straordinariamente entusiasta e straordinariamente meccanico nell’esecuzione del compito che gli era stato assegnato.
Per quello che ho personalmente visto e per quanto ho sentito da altri, ci furono diverse occasioni in cui i colleghi di Raisi nelle ‘Commissioni della Morte’ misero in dubbio l’adeguatezza della pena di morte per alcuni accusati di essere sostenitori del MEK e di altri gruppi dissidenti, ma il loro parere veniva annullato da Raisi. Il giovane giudice clericale prestava servizio come vice procuratore di Teheran prima del tempo della fatwa, e presto assunse nel successivo massacro un ruolo persino più attivo di quello del suo diretto superiore.
La volontà di Raisi di uccidere impunemente è stata continuamente ripagata per lui durante tutta la sua carriera. Le sue prestazioni iniziali nelle prigioni di Evin e Gohardasht apparentemente attirarono l’attenzione del leader supremo mentre il massacro era ancora in corso, e la giurisdizione di Raisi fu presto ampliata, poiché Khomeini gli ordinò di correggere la “debolezza della magistratura” in diverse altre città eseguendo quello che chiamavano “comando di Dio”.
Quel linguaggio dimostra che il dio dei mullah è sempre stato un dio assetato di sangue, uno che non solo ha permesso ma ha comandato l’omicidio sistematico di migliaia di persone, il tutto allo scopo di salvaguardare il potere autoritario. Era chiaro dal contenuto della fatwa di Khomeini e dall’esperienza di coloro che all’epoca erano detenuti nei reparti politici che l’intenzione del regime con il massacro del 1988 era di annientare completamente l’OMPI, così come ogni altra seria minaccia alla dittatura teocratica.
Negli anni successivi al massacro, la rete di intelligence del MEK ha rivelato l’ubicazione di fosse comuni di quel periodo e si è arrivati a una stima di circa 30.000 vittime complessivamente in circa tre mesi nel 1988. Per coloro che erano presenti in una qualsiasi delle strutture di detenzione del regime e sono riusciti a sopravvivere a quell’epoca, questa stima è molto facile da accettare. Di centinaia di compagni sostenitori dell’OMPI che sapevo detenuti a Gohardasht quell’anno, fui uno dei pochi a uscirne vivo.
Per quanto sono in grado di dire, devo la mia vita a un errore materiale. Dopo uno dei miei incontri con la ‘Commissione della Morte’ di Raisi, il giudizio scritto fu apparentemente lasciato indietro quando fui accompagnato fuori dalla stanza. Rimasi nell’anticamera della morte fino a tarda sera mentre un funzionario del carcere leggeva i nomi, e poi, non sapendo che altro fare di me, mi riportò nella mia cella.
La persona che altrimenti mi avrebbe mandato al patibolo mi era nota come Hamid Abbasi, ma si fa anche chiamare Hamid Noury. È sotto quel nome che è attualmente processato in Svezia con l’accusa di crimini di guerra e omicidi di massa, per la sua partecipazione al massacro del 1988. Noury è il primissimo funzionario iraniano chiamato a rispondere per le esecuzioni di massa, e il suo ruolo in esse appare minore rispetto a quello di alcuni altri, come Raisi, che è stato ripetutamente premiato.


Nel 2019, Raisi ha assunto il controllo della magistratura iraniana, su ordine del leader supremo Ali Khamenei. Quella posizione gli ha dato l’opportunità di supervisionare gli aspetti chiave della repressione del dissenso da parte del regime, che era andata aumentando da quando gli attivisti iraniani avevano organizzato una rivolta nazionale, guidata dalle “Unità di Resistenza“ dell’OMPI all’inizio del 2018. Quando gli slogan antigovernativi associati a quella rivolta sono emersi su scala ancora più ampia nel novembre 2019, il regime ha risposto con una delle repressioni più brutali dai tempi del massacro del 1988, uccidendo 1.500 persone in pochi giorni e torturandone innumerevoli altre per mesi.
Nella misura in cui ha supervisionato quelle torture, Raisi ha dimostrato durante la repressione che il suo impegno nella violenza politica era ancora spietato e sconsiderato come lo era stato quando aveva prestato servizio nella ‘Commissione della morte’. Non mi aspetterei nient’altro dall’uomo che ho visto emettere condanne a morte nel 1988 con la stessa disinvoltura con cui un’altra persona potrebbe sfogliare le pagine di una rivista. Era chiaro che dal suo punto di vista, come dal punto di vista del ‘Leader Supremo’, qualsiasi segno di sostegno continuo al MEK o ai suoi valori democratici era una giustificazione sufficiente per l’esecuzione.
La prospettiva di un danno collaterale non ostava all’esecuzione di quella sentenza. Mentre un errore materiale mi ha salvato, so per certo che per errore altri sono stati condannati. In almeno un caso, Nouri lesse male un nome dalla sua lista di ordini di esecuzione, portando alla morte del destinatario di una condanna minore. In seguito, fu mandato sulla forca anche l’uomo di cui aveva preso il posto.
Nel corso degli anni, mentre parlavo con altri sopravvissuti e con altre persone direttamente colpite dal massacro del 1988, mi sono imbattuto in varie altre storie come questa, così come in storie di persone care dei prigionieri così sconvolte dall’ansia e dal dolore da ammalarsi e morire subito dopo il massacro, aumentando così il bilancio delle vittime di fatto ben oltre la soglia dei 30.000.


Non ho dubbi che Raisi abbia la responsabilità primaria di tutto questo, anche se tale responsabilità è in ultima analisi condivisa in qualche misura da tutti coloro che hanno ricoperto incarichi di governo di alto livello o hanno lavorato per la magistratura durante il massacro. Per questi motivi, accolgo con molto favore il procedimento giudiziario svedese nei confronti di Hamid Noury e mi aspetto che riceva la condanna più dura possibile, ma spero anche che il vero lascito del suo caso sia un modello per l’applicazione della “giurisdizione universale” a tutti gli autori noti della strage del 1988.
È sulla base di quel principio che Noury è stato arrestato in Svezia nel 2019, per crimini commessi in Iran. È sulla base di quel principio che Raisi potrebbe essere arrestato al suo arrivo in qualsiasi Stato che valorizzi i princìpi universali dei diritti umani. Dei giuristi hanno sostenuto questa linea d’azione in recenti conferenze sugli abusi commessi da Raisi e sulla sua nomina a presidente, e alcuni sono arrivati persino a dire che potrebbe essere perseguito per genocidio.
Quando ripenso alle file di celle vuote che furono lasciate dopo che la ‘Commissione della morte’ di Raisi ebbe terminato il suo lavoro, non posso fare a meno di pensare che nessun’altra accusa potrebbe descrivere adeguatamente l’enormità del suo crimine.

 

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