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  • Last Modified: Giovedì 22 Agosto 2019, 14:39:27.

Il regime iraniano giustizia due arabi ahwazi precedentemente torturati affinché rilasciassero false confessioni

Il regime iraniano ha giustiziato due membri della minoranza araba ahwazi che si opponevano al regime.

Secondo quanto riportato dai media statali, Abdullah Karmollah Chab e Ghassem Abdullah, della minoranza araba ahwazi, sarebbero stati giustiziati nella prigione di Fajr, nel sud-ovest della città di Dezful.

L’esecuzione è avvenuta Domenica 4 Agosto 2019, dopo mesi di torture durante i quali entrambi erano stati costretti a rilasciare false confessioni.

Domenica l’agenzia di stampa ufficiale IRNA ha dichiarato che i due uomini erano accusati di “inimicizia contro Dio” (moharebeh) in collegamento con un attacco armato risalente al mese di Ottobre 2015, che provocò due morti.

I loro avvocati dichiararono che non c’erano prove che li collegassero all’attacco ed identificarono delle incongruenze tra le “confessioni” che avevano portato alla loro incriminazione ed i racconti dei testimoni oculari presenti sulla scena del crimine.

Il 19 Ottobre 2015 entrambi gli uomini furono arrestati dal Ministero dell’Informazione del regime e vennero messi in isolamento, in una località ignota, per la durata di sei mesi. Dopo questo primo periodo, furono trasferiti in diversi altri centri di detenzione. I contatti con le famiglie erano estremante limitati, e consistevano di irregolari telefonate ed una sola visita.

Il 9 Aprile 2019 furono trasferiti in un centro di detenzione del Ministero dell’Informazione nella provincia di Hamedan, dove era loro negata la possibilità di avere contatti con le proprie famiglie.

Durante la sua prigionia, Abdullah comunicò alla famiglia che gli inquirenti lo avevano sottoposto a torture fisiche e psicologiche, per esempio appendendolo a testa in giù dalle gambe e percuotendolo, o sottoponendolo ad esecuzioni farsa, dicendogli che lo avrebbero sepolto in una fossa comune, “in una tomba senza alcuna insegna”.

Egli raccontò alla sua famiglia che, per tre giorni consecutivi, le guardie lo avevano svegliato mettendogli un sacco in testa, come se fossero state sul punto di giustiziarlo, dicendogli che se avesse “confessato” avrebbe avuto salva la vita. Egli non cedette a questi tentativi di ricatto, insistendo sulla sua innocenza e continuando a sostenere di non aver commesso alcun crimine.

Il terzo giorno uno degli interrogatori disse: “Lascialo andare. Se avesse avuto qualcosa da confessare, a questo punto, lo avrebbe già fatto.”

Ad entrambi gli uomini fu impedito di nominare un avvocato, persino durante i processi, nei quali furono rappresentati da difensori d’ufficio.

Secondo quanto riportato, durante il processo dinanzi al Tribunale Rivoluzionario, tenutosi ad Ahvaz il 22 Giugno 2016, essi si sarebbero tolti alcuni dei propri vestiti per mostrare i segni delle torture subite.

Ad ogni modo non venne avviata alcuna indagine. Successivamente la Suprema Corte Iraniana del regime invalidò la condanna e la sentenza per mancanza di prove ed indagini viziate, ed ordinò un nuovo processo. Il 6 Luglio 2017 essi furono nuovamente condannati a morte.

Nel Maggio del 2019 Amnesty International esortò il regime iraniano a rilasciarli, a meno che non sussistessero prove sufficienti, che non fossero state ottenute sotto tortura né tramite altre vessazioni, per accusarli di un reato riconoscibile, e sollecitò il regime a garantirli un giusto processo, senza ricorso alla pena di morte.

 

 

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