mercoledì, Ottobre 21, 2020
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EDITORIALE: Le proteste in Iran continueranno fino alla vittoria

Il 26 dicembre ha segnato la commemorazione del 40° giorno per gli oltre 1.500 manifestanti uccisi durante la rivolta nazionale di novembre. La rivolta è scoppiata infatti il 15 novembre, inizialmente per l’aumento dei prezzi del carburante deciso dal regime. Terrorizzato da un altro giro di proteste, il regime ha posto tutte le sue forze repressive in piena allerta in tutto il Paese.

Come principale opposizione, il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (CNRI) ha affermato in un comunicato del 26 dicembre: “Terrorizzato dallo scoppio di un’altra rivolta nazionale nella commemorazione del 40° giorno dei martiri dell’insurrezione di novembre, il regime clericale non solo ha interrotto Internet, ma ha anche mobilitato tutte le sue forze repressive, tra cui l’IRGC, la Forza di Sicurezza dello Stato, i Bassiji, agenti in borghese di polizia e del Ministero dell’Intelligence, nonché le unità antisommossa in molte parti di Teheran e in altre città in uno sforzo frenetico per impedire le cerimonie in onore dei martiri”.
Queste misure sono senza precedenti e molto più severe rispetto a quelle attuate dopo la rivolta popolare del 2018. Sono chiaramente in contraddizione con l’affermazione del regime di essere in grado di controllare la situazione e calmare la società iraniana irrequieta.

Le autorità del regime hanno commesso uccisioni di massa per impedire il crollo della teocrazia. Secondo l’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo dell’Iran (OMPI / MEK), oltre 1.500 persone sono state uccise, 4.000 ferite e 12.000 arrestate. Finora il MEK ha rivelato l’identità di oltre 600 martiri.
40 giorni dopo l’inizio della rivolta, il Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale del regime rifiuta ancora di pubblicare statistiche sul numero di manifestanti che ha ucciso e ferito o anche sul numero di detenuti.

Il livello di paura espresso da Teheran è un’altra indicazione che la rivolta è in corso e che il suo scopo non è altro che la caduta di questo regime.
Il 6 dicembre 2019, Mohammad Javad Bagheri, rappresentante del leader supremo del regime, Ali Khamenei, ad Asalem, ha dichiarato durante la preghiera del Venerdì che i manifestanti non chiedevano nulla al governo e ne avevano abbastanza delle politiche del regime.
Il 20 dicembre, Mohammad Baqer Farzaneh, rappresentante di Khamenei a Mashhad, ha rivelato la sua paura nel sermone della preghiera del Venerdì, dicendo: “Lo sdegno del popolo è nascosto […] e nessuno può fermarli se questo sdegno esplode! […] L’incidente più vicino è avvenuto a novembre […] Se ignoriamo la situazione della gente, […] ci frusteranno, mangeranno i nostri corpi, ci spezzeranno le ossa […] È pericoloso!”.

Venerdì 20 dicembre, il rappresentante di Ali Khamenei a Teheran, Mohammad Emami Kashani, ha messo in guardia i dirigenti del regime e ha dichiarato: “Dobbiamo stare attenti, stare attenti al momento, ai problemi […] Cosa stiamo facendo? Stiamo dormendo o siamo svegli? Sembra che non riusciamo a capire i piani dei nostri nemici!”.
La paura senza precedenti dei mullah riguardo all’inevitabile minaccia di essere rovesciati rivela che la situazione della società iraniana ha superato il punto di non ritorno.
Come ha dichiarato la presidente-eletta del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, Maryam Rajavi, durante la commemorazione dei manifestanti uccisi tenuta ad Ashraf 3, sede dei membri del MEK, il 22 novembre, “Oggi, tra il fiume di sangue che scorre nelle strade, tra il fuoco e il fumo fluttuanti dallo scontro vasto e senza precedenti, e tra le urla di paura degli sgherri al potere, la prospettiva di vittoria e libertà sta diventando sempre più luminosa”.

 

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