mercoledì, Dicembre 8, 2021
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In Iran la sharia è l’impiccagione

di Domenico Letizia 

La moratoria universale per l’abolizione della pena di morte ha compiuto negli ultimi anni dei significativi passi in avanti, aumentando il numero di stati che si dichiarano abolizionisti o si rivelano abolizionisti di fatto, ovvero, non praticano da tempo alcuna esecuzione capitale.

Nonostante ciò, vi sono delle nazioni, le principali Cina, Iran e Iraq, le quali non hanno compiuto nessun significativo atto per tale battaglia di civiltà. Emblematica è l’escalation di violenza in Iran anche negli ultimi mesi, che grazie al lavoro della Organizzazione Non Governativa “Nessuno Tocchi Caino”, possiamo riportare, raccogliendo dati e monitorando lo stato della giustizia e della pena nel paese. Ricordiamo innanzitutto che in Iran la Costituzione ha come fonte la legge islamica: “la legge islamica è la fonte essenziale per tutti i rami della legislazione”, tra cui la legislazione sociale e civile. L’impiccagione è il metodo preferito con cui è applicata la Sharia in Iran. Come cappio è utilizzata una corda robusta oppure un filo d’acciaio che viene posto intorno al collo in modo da stringere la laringe provocando una morte più prolungata con forti dolori. Nel solo mese di Aprile di quest’anno vi è un ricco elenco di esecuzioni. Il 4 Aprile 2015, un uomo è stato impiccato in segreto in una struttura penitenziaria dell’Iran sud orientale dopo essere stato condannato per crimini legati alla diffusione di droga. L’osservatore delle Nazioni Unite, Ahmed Shaheed, ha reso noto, il 25 Marzo 2015, che vi sono state almeno 1000 impiccagioni praticate nel paese negli ultimi 15 mesi. La pena di morte in Iran è utilizzata anche per reprimere la dissidenza politica al regime. Il 10 Aprile 2015, tre prigionieri politici curdi sono stati condannati a morte dal tribunale rivoluzionario che li ha identificati come “nemici di dio”, accusati di essere militanti di un partito politico curdo vietato nel paese. I prigionieri accusati anche di essere i protagonisti di un attentato esplosivo sono stati costretti a firmare sotto pesante tortura una confessione relativa agli attentanti risalenti a Settembre 2010 a Mahabad. Il canale iraniano Press TV ha trasmesso la confessione registrata dei tre curdi. Sempre grazie al monitoraggio di Nessuno Tocchi Caino, siamo a conoscenza di una rivolta dei detenuti delle prigioni di Karaj, scoppiata il 12 Aprile, nel tentativo da parte degli stessi detenuti di salvare la vita ad alcuni dei loro compagni condannati all’esecuzione capitale. I rivoltosi hanno affrontato le guardie carcerarie con pietre e bottiglie di vetro gridando “Non lasceremo che ci uccidiate”. Contemporaneamente, i familiari dei detenuti condannati, venuti a conoscenza dell’esecuzione, si sono radunati in una manifestazione di solidarietà per i loro parenti nei pressi del Tribunale di Karaj. Il giorno dopo, 13 Aprile, otto detenuti della prigione di Karaj, dopo essere stati riconosciuti colpevoli di reati legati a spaccio di droga, sono stati impiccati. I media di regime non hanno riportato informazioni sulle identità delle vittime e sulle condizioni successive alla rivolta scoppiata nel penitenziario. Il 20 Aprile 2015, dieci prigionieri sono stati impiccati in diverse città dell’Iran, tra questi quattro sono stati giustiziati in carcere dopo essere stati condannati per traffico di droga, ha riportato la Human Rights Activists News Agency (HRANA). Fino ad oggi né magistratura né media ufficiali hanno riportato di tali esecuzioni. Tra il 16 e il 20 Aprile, almeno 20 prigionieri sono stati giustiziati per reati legati allo spaccio di droga in diverse città dell’Iran. Dodici di loro sono stati impiccati a Mashhad il 16 Aprile e altri quattro a Birjand, il 17 Aprile, riferisce l’agenzia HRANA. Il 20 Aprile si registrano altre quattro esecuzioni nella prigione di Orumieh, riporta il Kurdistan Human Rights Network, che ha anche identificato le vittime: Moeziri, Jalibi, Yahyzadeh e Ahmadi. Le agenzie indipendenti per la tutela dei diritti umani riportano anche la notizia che i familiari delle quattro vittime si erano riunite nella giornata del 19 Aprile 2015, fuori la struttura penitenziaria di Orumieh, dopo aver appreso della probabile esecuzione dei loro cari. Sono stati registrati degli scontri tra i familiari e le forze di sicurezza giunte sul posto. Anche solo analizzando il mese di Aprile di quest’anno, estremamente preoccupanti sono le notizie che giungono dall’Iran, che meritano la dovuta attenzione da parte della comunità internazionale. Il dissidente iraniano Esmail Mohades, portavoce dell’Associazione “Giovani Laureati iraniani in Italia” e membro del Comitato di Direzione di “Nessuno Tocchi Caino”, ha più volte sostenuto che la soluzione per l’Iran non risiede nell’ “esportare la democrazia”, ma nel sostenere quelle forze democratiche, estranee al corpus del regime islamico attualmente al potere, che risiedono nella società civile iraniana.       

 

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