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Iran a due passi dalla bomba atomica, dissidenza soffocata nel sangue. Intervista a Giulio Terzi di Sant’Agata: Italia smetta di tacere

Epoch Times  23.06.2014

Domenico Letizia

 L’ex Ministro degli Affari esteri, l’Ambasciatore Giulio Maria Terzi di Sant’Agata (per gentile concessione dell’Ambasciatore Terzi)

In attesa dell’imminente giornata del 27 Giugno, quando si terrà un delicato summit a Parigi con tutti gli elementi di spicco della dissidenza iraniana all’estero, Epoch Times pubblica in esclusiva un’intervista all’Ambasciatore e già ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata.

 

Violazioni del diritto internazionale umanitario, omertà dei governi e ragion di stato nell’area iraniana e della zona mediorientale: tutte problematiche internazionali che l’Occidente dovrebbe affrontare con grande urgenza, mentre il fantasma della bomba atomica di Teheran si avvicina inesorabilmente.

Il 18 maggio, Sadeq Larijani – capo della magistratura dei Mullah, e considerato dalle organizzazioni internazionali come direttamente responsabile delle torture quotidiane e delle esecuzioni di gruppo in Iran – nel suo incontro con il capo del Consiglio Giudiziario Supremo dell’Iraq ha chiesto che i membri dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano (Pmoi/Mek) in Iraq vengano «riportati in Iran per essere processati, perché se non venissero processati ciò sarebbe contro la legge». La richiesta di Larijani di estradare dei rifugiati sotto protezione internazionale dimostra la forza che il governo iraniano pensa di poter vantare. Come intervenire in tale contesto?

È davvero preoccupante e francamente intollerabile quanto è avvenuto in Iraq in particolare da un anno a questa parte nei confronti dei membri dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano (Pmoi/Mek). Un nome ancora troppo poco conosciuto in Occidente, ma bisogna ricordare chi sono e cosa rappresentano questi strenui oppositori della teocrazia sciita. Proprio in questi giorni a Roma, nella sede del Partito Radicale è stato presentato il libro Una voce in capitolo di Esmail Mohades. Iraniano residente da molti anni in Italia, il dott. Mohades aveva partecipato, dopo l’arrivo di Khomeini al potere, alle manifestazioni di centinaia di migliaia di Mojahedin contro l’assolutismo sciita. Si trattava di un movimento con radici profonde nella società iraniana, guidato da una personalità carismatica come Massoud Rajavi. Sin dalla metà degli anni sessanta i Mojahedin erano stati perseguitati atrocemente dalla polizia segreta dello Shah-la Savak, perché volevano il rovesciamento di una dinastia rivelatasi totalitaria, violenta e corrotta, mentre il popolo – di cui i Mojahedin si sentivano l’espressione – invocava una sterzata drastica verso la democrazia, la libertà individuale e la giustizia sociale. Così come lo Shah, anche Khomeini e Kamenei hanno sempre visto nel Pmoi/Mek un pericolo mortale per il regime, tanto più che i Mojahedin hanno effettuato, o ne sono comunque stati ispiratori durante gli anni 80, azioni militari contro gli Ayatollah. Le cose per il Pmoi/Mek si sono però complicate negli anni 90 e poi nel 2003: questi oppositori del regime hanno fatto le spese dei “tentativi di dialogo” – peraltro falliti – tra Usa e Iran, e molti temono che emerga nuovamente oggi la tentazione di “sacrificare” la sicurezza e la sopravvivenza stessa dei Mojahedin sull’altare di un “riavvicinamento” con l’Iran in chiave nucleare e anti Jihadista. Nel suo libro, Mohades racconta due episodi allarmanti per ciò che potrebbe accadere dopo le reiterate insistenze di Laridjani per processare in Iran tutti i tremila residenti di Camp Liberty. Nel 1997 il Dipartimento di Stato rispondeva positivamente alle sollecitazioni iraniane affinché gli Usa inserissero il Pmoi/Mek nella lista delle organizzazioni terroristiche. Washington decideva di compiere un “gesto di buona volontà” nei confronti della nuova presidenza iraniana di Katami, che si auspicava riformista e moderata. Nel 2003 l’Ambasciatore americano all’Onu concordava con il collega iraniano il bombardamento dei campi dell’opposizione iraniana in Iraq affinché Teheran si astenesse dall’intromettersi negli affari interni iracheni. Vediamo con quale successo, dato che il governo Maliki si è sempre mostrato organico a quello iraniano, e che si guarda bene dal fare alcunché che possa turbare il suo potente vicino, e che nel 2011 ha rifiutato su “ordine” di Teheran una presenza anche minima di forze americane nel Paese che però ora invoca insistentemente per le proprie battaglie contro l’Isis.

Quali sviluppi hanno contraddistinto l’attività e la situazione dei Mojahedin negli ultimi periodi?

I Mojahedin hanno segnato diversi punti a proprio favore. Hanno ottenuto lo status di “persone protette” dall’Onu; hanno vinto le azioni giudiziarie da loro intentate in Europa e in America per protestare contro l’inserimento nella lista delle organizzazioni terroristiche; alcune centinaia di residenti a Camp Liberty sono stati accolti in Paesi europei, ma – val la pena dirlo – non ancora in Italia, ed è un’omissione alla quale il Governo italiano dovrebbe porre rimedio, dal momento che sono una novantina i dissidenti iraniani di Camp Liberty che rischiano seriamente la vita e che avrebbero titolo a trasferirsi subito nel nostro Paese, ma le loro pratiche languono da più di un anno alla Farnesina e negli altri competenti Ministeri. Ricordiamo che cinquantadue Mojahedin sono stati orribilmente massacrati il primo settembre scorso a Camp Ashraf da milizie sciite sotto gli occhi distratti e conniventi della polizia governativa irachena che doveva proteggerli. Moltissimi sono stati torturati e uccisi nelle prigioni iraniane, o assassinati all’estero da sicari teleguidati da chi è facile immaginare. La stampa italiana non si è neppure “accorta” del massacro dello scorso settembre ad Ashraf: è come se i grandi temi dei diritti umani dovessero sempre essere “filtrati” nel nostro Paese – ben diversamente da quanto avviene nelle altre maggiori democrazie occidentali – da ingannevoli considerazioni d’interesse commerciale, come se tacere sui crimini in un Paese avvantaggiasse i nostri imprenditori su un determinato mercato. Caso mai, è l’esatto contrario. Una situazione certo non estranea al deludente posto che occupiamo nelle classifiche internazionali sulla libertà di informazione. Né ci siamo mossi con sufficiente decisione a livello europeo e bilateralmente con Teheran. Bisogna invece essere attivi in tutte le sedi internazionali, e la questione di Camp Liberty deve essere portata con urgenza all’attenzione del Consiglio per i Diritti Umani a Ginevra e diventare prioritaria per l’Unione Europea.

Il Segretariato del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana ha comunicato, in data 19 Maggio, che dieci prigionieri nella prigione di Gohardasht a Karaj sono stati condannati all’impiccagione. I detenuti sono stati fatti uscire dalle loro sezioni il giorno prima con la scusa di dover essere portati in ospedale o in tribunale e sono stati invece portati in isolamento. Il giorno prima, altri dieci prigionieri erano stati giustiziati nella prigione di Kerman. Perciò, il numero delle esecuzioni registrate solo dal 21 Aprile ad oggi è arrivato a 113. Il Segretariato del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana ha dichiarato che l’inerzia della comunità internazionale, in particolare del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, verso le esecuzioni incessantemente in crescita in Iran, esprimono un record di indifferenza senza precedenti. Come porre l’attenzione dell’Onu e della Comunità Europea, oltre che della politica italiana, su questa situazione? Inoltre, la Resistenza Iraniana chiede a tutti gli organismi internazionali e alle organizzazioni per i diritti umani di intraprendere un’azione efficace e urgente per salvare le vite dei molti prigionieri politici, ora ammalati e in condizioni disperate: come rispondere in tempi brevi ed efficacemente a queste richieste?

A inizio giugno, dopo dodici anni di continue torture, è stato impiccato Gholamreza Khosravi. La situazione dei Diritti Umani in Iran è così drammatica che persino il Segretario Generale delle Nazioni Unite, sempre molto cauto nell’affrontare criticamente questioni di forte impatto politico interno per un Paese membro dell’Onu, si è espresso con durezza. Non vedo allora perché un Paese come l’Italia, impegnato a tutto campo sul versante umanitario, non possa affrontare questioni come queste con Teheran in termini perlomeno analoghi a quelli utilizzati da Ban Ki Moon.

Questi ha constatato nell’ultimo rapporto al Consiglio per i Diritti Umani che in questo campo le promesse fatte da Rouhani ad inizio presidenza sono fallite drammaticamente. Settecento persone sono state giustiziate da quando il nuovo Presidente si è insediato. Un numero di esecuzioni mai visto prima, a ritmi di almeno cento al mese, che assicura all’Iran un orribile primato assoluto tra i paesi che ancora applicano la pena di morte, con riguardo al rapporto tra popolazione residente e condanne capitali.

Il Segretario Generale dell’Onu si è soffermato anche su altre gravi violazioni iraniane di norme internazionali che tutelano i Diritti Umani: amputazioni, torture, fustigazioni, detenzioni arbitrarie, processi sommari, intimidazioni di attivisti politici, di sindacalisti, di giornalisti. Dall’atto della sua nomina, tre anni fa, il Rappresentante Speciale dell’Onu per i Diritti umani ha chiesto ripetutamente ma senza esito alcuno di visitare il Paese. Da nove anni nessun esperto dell’Onu si è potuto recare a Teheran per discutere di sparizioni extragiudiziarie, esecuzioni sommarie, libertà religiosa, discriminazione contro le donne e le minoranze. Il Parlamento Europeo si è espresso lo scorso aprile in termini ancora più fermi. Se crediamo che vi possa essere un futuro pluralista e democratico in Iran, le forze politiche che si battono per quel futuro devono essere concretamente tutelate dalla Comunità internazionale. Trattati e Convenzioni sui Diritti Umani sono stati sottoscritti e ratificati da Teheran, ma vengono costantemente violati. Esigerne il rispetto costituisce un aspetto fondamentale per la credibilità dell’Occidente. L’orrore delle repressioni del 2009 contro l’Onda Verde, le immagini di Neda assassinata mentre manifestava pacificamente, non devono più ripetersi, e l’Italia – che ha nel proprio DNA il tema del rispetto dei diritti umani, dovrebbe smetterla di “tacere” e fare la propria parte.

La problematica legata alla forza nucleare iraniana è spesso al centro delle notizie di cronaca internazionale. Israele è l’unica nazione seriamente preoccupata perché è l’unica a sentirsi esplicitamente minacciata da vicino. L’Mi–6 britannico dichiarò che l’Iran avrebbe raggiunto il traguardo della sua prima bomba atomica proprio nel 2014. Dopo il cambio di governo in Iran, qual è la situazione attuale?

Le Nazioni Unite stanno chiedendo da ben undici anni all’Iran chiarimenti seri sugli scopi di un programma nucleare così esteso e differenziato da non avere nessuna giustificazione logica se avesse esclusivamente – come dichiarato da Teheran – la finalità di produrre energia o di ricerca. Sino all’elezione di Rouhani, le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e le ispezioni e decisioni dell’Aiea hanno creato rallentamenti e ostacoli a quelle parti del programma nucleare che sono con estrema probabilità orientate a scopi militari. Le sanzioni petrolifere lanciate quattro anni fa sono state insieme a una seria di altre misure penalizzanti per l’economia iraniana, e questo è stato il principale motivo del ritorno di Teheran al tavolo delle trattative e del “nuovo corso” di Rouhani. L’Iran soffre di inflazione, disoccupazione, tasso di povertà elevato, calo di investimenti esteri come non pativa da almeno quindici anni. Ma Teheran ha caparbiamente proseguito il suo gigantesco programma di arricchimento dell’Uranio, e da ultimo di fabbricazione del Plutonio – la seconda strada per realizzare la bomba – che ha avvicinato moltissimo la “soglia” nucleare. Un paese che miri alla capacità nucleare non deve necessariamente “avere” la materiale disponibilità di bombe assemblate. Ciò che conta è la breakout capability, ovvero la quantità disponibile di uranio arricchito, i sistemi di innesco, i modelli informatici che possono sostituire i test veri e propri, sempre ammesso che – come ipotizzato da alcuni osservatori – gli iraniani i test non li facciano altrove, ad esempio in Corea del Nord, paese legato a doppio filo con l’Iran nella cooperazione nucleare e missilistica. Se gli iraniani ottengono dal negoziato “5+1″di mantenere costantemente in funzione 20/30.000 centrifughe di ultima generazione, e di attivare il reattore di ricerca di Arak, la soglia nucleare è praticamente raggiunta. L’arma necessiterebbe di poche settimane per essere pronta all’impiego, e non molto più tempo occorrerebbe per armare missili già esistenti e sperimentati.

Lei ha certamente fonti d’informazione privilegiate: come stanno procedendo dunque i negoziati?

Al tavolo negoziale, non nascondiamocelo, l’Iran si trova in una posizione assai vantaggiosa. Anzitutto perché è chiaro a tutti quanto gli Stati Uniti e gli Europei abbiano “bisogno” politicamente di un esito negoziale positivo. L’alternativa di un attacco militare – teoricamente sempre sul tavolo ma evocata ormai sottovoce e raramente – non è credibile, tanto meno dopo le numerose “linee rosse” superate senza danni da Assad con l’impiego del proprio arsenale chimico, mentre la Presidenza Obama ha bisogno di potersi accreditare un successo in politica estera. In secondo luogo, i “5+1” possono essere tentati di accettare un’elevata capacità di arricchimento iraniano se il sistema di verifica venisse rafforzato. Ma l’efficacia delle verifiche dipende da contingenze del momento, gli ispettori possono ad esempio essere allontanati in momenti di crisi, mentre le centrifughe sono elementi strutturali del programma che una volta attivate non vengono meno. Il terzo vantaggio iraniano è che l’impianto sanzionatorio, da quando sono state sollevate tante aspettative “di clima” nel negoziato con l’Iran, ha cominciato a fare acqua da tutte le parti. La pressione degli interessi economici, soprattutto nell’energia, è davvero enorme. Se il negoziato dovesse fallire, è realistico pensare che le sanzioni potrebbero ripartire…? Esse rischiano di apparire come un’arma spuntata che non impressionerebbe ormai più di tanto l’Iran. I “5+1” saranno quindi purtroppo flessibili, magari con un altro accordo a termine. Ma con quale grado di soddisfazione israeliana?

La giornalista statunitense-iraniana Farnaz Fassihi ha scritto sul Wall Street Journal un articolo che racconta come il governo dell’Iran abbia iniziato da diversi mesi a reclutare profughi afghani per combattere in Siria a fianco delle forze del presidente siriano Bashar al Assad. Citando fonti afghane e occidentali, Fassihi ha scritto che l’ente iraniano responsabile del reclutamento è la Guardia Rivoluzionaria, una forza militare istituita dopo la Rivoluzione Islamica del 1979. Ci sono notizie più precise su questo comunicato?

L’Iran sta assicurando ad Assad, perlomeno dalla seconda metà del 2012, un crescente aiuto militare, economico e politico. Teheran ha costantemente insistito con Damasco, come sta facendo ora con Baghdad, per una repressione immediata e durissima di qualsiasi forma di opposizione e dissenso interno. La verità è che le primavere Arabe hanno costituito una grande preoccupazione per il regime iraniano, così come d’altra parte le manifestazioni del 2009 seguite ai brogli per la rielezione di Amadinehjead. Per gli Ayathollah era e resta un “anatema” la sola idea di consentire, nei due altri “paesi fratelli” a controllo sciita, un processo di riforme che possa portare a Governi meno autoritari e inclusivi di componenti della società non esclusivamente sciite – in Iraq – o alavate – in Siria. Da due anni la presenza militare iraniana in Siria, con centinaia di consiglieri e ufficiali della Irgc – i Pasdaran – e di diverse migliaia di Hezbollah libanesi, milizie sciite pure addestrate e direttamente sostenute dall’Iran, ha costituito il principale fattore di insuccesso per la Coalizione dell’Opposizione iraniana. Che gli iraniani mobilitino ora anche “manovalanza” afghana, assoldata tra la componente sciita Hazara, non sorprende quindi affatto. È anzi probabile che il reclutamento promosso dall’Iran vada ad attingere anche in altri Paesi con forti comunità sciite. Assad ha così potuto recuperare terreno, rimanere in sella, senza riuscire però a riprendere il controllo dell’intero Paese. Infatti, come ampiamente previsto, le titubanze occidentali nel sostenere nel 2011 e nel 2012 le forze dell’opposizione e l’interesse dello stesso Assad a radicalizzare all’estremo il conflitto ha purtroppo dato grande slancio agli islamisti di Al Nousra, di Isis e di altre formazioni Jihadiste che si sono ora radicate anche nelle regioni sunnite dell’Iraq. I Baathisti conservano importanti radici culturali e sociali nelle regioni ora controllate dall’insorgenza, e gli ex appartenenti alla Guardia Repubblicana di Saddam, gruppi come il Naqshbandia Order, si sono tatticamente saldati ai Jihadisti. Lo scontro diretto tra gli sciiti e i sunniti iracheni può ora rappresentare un “secondo tempo” per Theran nell’affermare in modo decisivo la propria supremazia regionale dopo il “primo tempo” vinto con l’eliminazione di Saddam Hussein e – errore colossale dell’Amministrazione Bush, riconosciuto peraltro dai diretti responsabili – dalla “debaathificazione” del Paese e del totale smantellamento del preesistente apparato di sicurezza. Il Primo Ministro iracheno ha governato in base a un’agenda “settaria” e di totale occupazione dello Stato da parte della componente sciita. Per i sunniti, Maliki è semplicemente un agente dell’Iran. Questo è il motivo che ha forzatamente avvicinato da diverso tempo gli ex ufficiali di Saddam Hussein e le tribù sunnite dell’Anbar, vessate economicamente e terrorizzate militarmente da Maliki, ai jihadisti dell’Isis.

Come stanno reagendo gli USA a questa situazione assai fluida e critica? Quali possono essere le ricadute negative per l’Occidente?

L’Amministrazione americana sembra aver colto il gravissimo rischio di un intervento militare aereo massiccio sulle regioni sunnite irachene accettando la tesi di Baghdad e di Teheran sulla necessità di colpire i terroristi, richieste in realtà motivate solo da necessità di regolamenti di conti di Teheran sul territorio. Anche in Siria all’inizio del 2011 la gente manifestava inerme nelle strade, ed era massacrata dai cecchini del regime, e solo dopo molti mesi di massacri le rivolte si sono trasformate in estremismo jihadista. Purtroppo il “modello” siriano è destinato a replicarsi in Iraq, se prima di qualsiasi altra azione repressiva anti-sunnita non si avvierà un serio percorso politico, includendo sunniti e curdi nel sistema di Governo. Speriamo che Washington riesca in questo intento, ma sono seriamente perplesso, perché su questo aspetto si aprirebbe un ulteriore punto di attrito con l’Iran, che gli USA non vogliono e non cercano in questo momento. Il Generale Petraeus, che si intende di counterinsurgency, avendo guidato con successo quella del 2007/08 in Iraq, ha detto: «Gli Stati Uniti non possono diventare l’aviazione delle milizie sciite». Se gli americani dovessero accogliere la richiesta insistente di Maliki bombardando loro stessi i sunniti senza peraltro un solido accordo politico con le tribù dell’Anbar e con il mondo ex Baath, temo che si otterrà il risultato esattamente opposto a quello di prevenire attacchi jihadisti all’Occidente.

 

 

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