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Iran: Il raduni del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, 90 mila iraniani a Parigi

Fondazione di Camis , Parigi, 20 giugno 2009 
 
ImageAlmeno 90.000 persone hanno partecipato al grande raduno organizzato dal Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana il 20 giugno scorso a Villepinte, un paese della periferia di Parigi. Ogni anno in questa data numerosi sostenitori della Resistenza giungono da ogni angolo d’Europa – e non solo – per commemorare la manifestazione del 1981, a seguito della quale vennero incarcerati e brutalmente uccisi migliaia di oppositori del regime per volontà dell’ayatollah Ruhollah Khomeini.
Durante la manifestazione sono intervenuti diversi esponenti politici di spicco dell’Unione Europea e degli Stati Uniti.

In quest’occasione i leader della Resistenza Iraniana hanno anche voluto celebrare le vittorie degli ultimi anni e riaffermare l’appoggio alle migliaia di Mojahedin del Popolo (MEK/PMOI), i principali oppositori al regime iraniano che tuttora vivono nella città di Ashraf, in Iraq – recentemente rimossi dalla lista nera delle organizzazioni terroristiche dell’Unione Europea.
 
Questo raduno è avvenuto proprio in concomitanza con la rivolta contro il regime che infiamma Teheran da una decina di giorni ed ha per questo assunto un significato particolare. La macchina della repressione dei mullah opera ormai a pieno regime ma, nonostante i molti morti e feriti, la popolazione non sembra placarsi e continua a guerreggiare nelle strade contro i Pasdaran e contro le milizie Basiji. 
 
Dopo l’inno nazionale il programma inizia con un discorso registrato di Massoud Rajavi – che non appare in pubblico da anni per ragioni di sicurezza – presidente e fondatore del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, fuggito dall’Iran nel 1981 per evitare la morte.
 
Ma esplode l’applauso dei partecipanti all’arrivo del presidente-eletto del CNRI, Maryam Rajavi, che dopo un giro in mezzo alla folla punta verso il palco per tenere il suo discorso. Dopo aver commemorato i caduti delle manifestazioni di questi giorni, attacca duramente il regime di Teheran.
 
Rajavi più volte ribadisce pieno appoggio e solidarietà alla popolazione insorta, che “ha dimostrato al mondo intero che il popolo iraniano ha fatto una scelta, optando per la libertà contro la dittatura religiosa, per la sovranità popolare contro il potere assoluto dei mullah”. Secondo Maryam Rajavi i manifestanti non stanno combattendo per l’una o l’altra fazione del regime – che si equivalgono fra loro perché hanno giurato tutte fedeltà alla teocrazia – ma per la libertà, ed hanno approfittato delle faide interne al sistema politico per scagliare un violento attacco contro i leader religiosi.
 
Il presidente eletto chiede l’immediata cancellazione del velayat e-faqih – dottrina elaborata da Khomeini che conferisce al clero ed alla Guida Suprema pieni poteri – perché nega la democrazia ed è fonte di repressione e morte, e denuncia i candidati alle ultime elezioni che non hanno speso mezza parola per condannare “la discriminazione di genere, il massacro dei prigionieri politici, l’amputazione degli arti, la lapidazione, l’esportazione del terrorismo in Iraq, in Palestina, in Afghanistan e in altre zone del mondo” .
 
Poi prosegue affermando che “la popolazione iraniana ha il diritto di chiedere ai governi occidentali:
1)  quali sono stati i risultati della ricerca dei moderati all’interno del regime;
2) quale esito ha prodotto la politica di appeasement che dura ormai da oltre trent’anni”.
 
Rajavi invita i governanti occidentali – in primis il presidente statunitense Obama – a non cadere nuovamente in trappola e a non concedere un’altra opportunità al dittatore Khamenei e al suo vice Ahmadinejad, perché sono criminali sanguinari che si fanno beffe della buona volontà dell’Occidente – che interpretano come un segno di debolezza.
 
L’unica via auspicabile per il futuro dell’Iran – secondo Rajavi – è la terza via, ovvero “il cambiamento democratico e la restaurazione della sovranità popolare da parte della popolazione iraniana e della Resistenza”. A questo scopo il CNRI chiede l’aiuto della comunità internazionale, affinché introduca nuove sanzioni per stritolare il regime e costringerlo alla resa, cosicché dalle sue ceneri possa nascere una “repubblica pluralistica basata sulla separazione fra stato e chiesa. La Resistenza desidera una società basata sul rispetto dei diritti umani e sul rifiuto della tortura e della pena di morte; una società basata sulla libertà di parola, sulla libertà di stampa e di assemblea, sulla libertà di scegliere come vestirsi. Una società dove le donne e gli uomini godano degli stessi diritti politici, sociali ed economici”.
 
La marea di dissidenti iraniani presente in sala risponde all’unisono ad ogni battuta del presidente-eletto con boati e cori contro il regime del velayat e-faqih e urla con un’unica voce il proprio sostegno ai manifestanti iraniani. Di tanto in tanto un portavoce della Resistenza irrompe nella sala portando le ultime notizie provenienti direttamente dall’Iran sullo stato degli scontri fra i manifestanti e le forze dell’ordine, vissute con particolare partecipazione.
 
Prima di lasciare il raduno Maryam Rajavi – accompagnata da un folto gruppo di donne della Resistenza – si immerge ancora una volta nella folla che la incalza alla ricerca di un contatto, e quindi si dilegua lanciando un messaggio di speranza. Sul far della sera i dissidenti iraniani se ne vanno con la speranza di festeggiare il prossimo 20 giugno in un Iran finalmente libero e democratico.

Davide Meinero

In alto la foto di Maryam Rajavi.

 

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