giovedì, Gennaio 27, 2022
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Iran: intervista esclusiva con Mohammad Mohaddessin, presidente della Commissione Affari Esteri del CNRI

Mohammad Mohaddessin, Chairman of the NCRI’s Foreign Affairs Committee

Il 19 giugno, il Leader Supremo del regime iraniano, Ali Khamenei, ha selezionato Ebrahim Raisi come nuovo presidente dei mullah per consolidare il potere all’interno del regime. Molti osservatori ora chiedono perché Khamenei abbia preso questa decisione nonostante i precedenti di violazioni dei diritti umani di Raisi, principalmente il suo ruolo nel massacro del 1988 e nell’uccisione dei manifestanti durante la grande rivolta in tutto l’Iran nel 2019.
D’altra parte, Raisi è nella lista delle sanzioni degli Stati Uniti e organizzazioni internazionali come Amnesty International hanno chiesto che sia processato per crimini contro l’umanità. Khamenei non era consapevole che la sua scelta di Raisi avrebbe aumentato l’isolamento internazionale del regime? Qual è stata la ragione principale per cui Khamenei ha tirato fuori il nome di Raisi dalle urne per consolidare il suo regime?
Abbiamo sollevato queste domande in un’intervista esclusiva con Mohammad Mohaddessin, il presidente della Commissione Affari Esteri del Consiglio Nazionale della Resistenza dell’Iran (CNRI. Di seguito il testo completo dell’intervista.

D: Perché Khamenei ha nominato Raisi presidente per consolidare il suo regime, anche se sapeva che ciò avrebbe aumentato l’isolamento internazionale del regime e avrebbe causato più odio per il regime a livello nazionale? Perché ha fatto questo?
Khamenei era pienamente consapevole di questo fatto. Nello stesso tempo, Khamenei si è anche reso conto che il suo regime deve affrontare la seria minaccia di rivolte popolari. Per far fronte a questa minaccia, Khamenei è stato costretto a insediare Raisi come presidente. Khamenei affronta tre importanti sviluppi e la “selezione” di Raisi è la risposta del regime a questi sviluppi.
Il primo sviluppo è l’urgente situazione socio-economica del regime con conseguenti crisi incontenibili. La situazione economica dell’Iran è la peggiore dell’ultimo secolo. La maggior parte della popolazione non riesce nemmeno a soddisfare i propri bisogni primari. La popolazione nella provincia del Khuzestan manifesta e chiede acqua potabile o acqua per l’agricoltura e l’irrigazione. Il regime ha letteralmente prosciugato i fiumi iraniani. Il prezzo del pane aumenta ogni giorno e i prezzi dei beni di prima necessità salgono alle stelle. C’è povertà dilagante ovunque. Assistiamo a tendenze tragiche come il trovare dimora in tombe. Ci sono persone costrette a vendere propri organi per guadagnarsi da vivere. D’altro canto, la situazione ha raggiunto una tale esplosività che qualsiasi protesta sociale assume rapidamente connotazioni politiche e molti chiedono un cambio di regime nei loro slogan e gridano “Abbasso il principio del Velayat-e Faqih” (governo clericale assoluto). Quindi, questa è la prima crisi che Khamenei deve affrontare.
Il secondo sviluppo è che la società iraniana è entrata in una fase di disordini e rivolte dal gennaio 2018. Questo sviluppo e le rivolte associate indicano che la società iraniana non vuole questo regime. La società iraniana ha raggiunto un livello di consapevolezza che l’unica soluzione per affrontare anche le sfide più elementari per migliorare le condizioni di vita è semplicemente il cambio di regime. Pertanto, qualsiasi protesta sociale è rapidamente dominata da rivendicazioni politiche, con espliciti appelli al cambio di regime. Ad esempio, la rivolta del novembre 2019 era iniziata a causa di un improvviso aumento dei prezzi del carburante. Ma le proteste si trasformarono rapidamente in una rivolta nazionale contro il regime nella sua interezza, riflettendo un desiderio di cambiare regime molto diffuso. Si noti che la domanda della gente non era una diminuzione dei prezzi del carburante. Piuttosto, chiedevano un cambio di regime e gridavano “Morte a Khamenei”. Sviluppi simili si sono verificati in altre rivolte. Ad esempio, due mesi fa sono scoppiate proteste nel Khuzestan a causa della carenza d’acqua, ma gli slogan sono diventati rapidamente “Morte a Khamenei” e le proteste si sono estese ad altre province e a città come Teheran e Tabriz, con gente che chiedeva un cambio di regime.
Il terzo sviluppo cui Khamenei si trova di fronte è la formazione delle “Unità di Resistenza” dei Mujahedin-e Khalq (MEK) in tutto l’Iran. Il ruolo delle Unità di Resistenza nel tenere la fiamma della resistenza viva e in espansione attraverso l’Iran pone una minaccia esistenziale al regime.
Il regime iraniano vide le Unità della Resistenza operare sul campo già durante la rivolta del gennaio 2018, mentre collegavano le proteste e ne assicuravano la persistenza. Il regime si rese anche conto che la strategia del cambio di regime era il risultato finale di queste proteste. Durante gli ultimi tre anni, le Unità di Resistenza non solo hanno mantenuto acceso il fuoco della resistenza, ma l’hanno anche ampliato in tutto il Paese. La generazione più giovane dell’Iran è attratta dai valori del MEK e aderisce alla sua strategia, nonostante decenni di campagne di demonizzazione e diffamazione del MEK da parte del regime.
D: Quindi, la conclusione è che Khamenei ha nominato Raisi per consolidare il potere all’interno del regime e cercare di preservarlo con un’oppressione ancora maggiore. Khamenei riuscirà ad affrontare future rivolte e a prevenire la caduta del suo regime attraverso la repressione?
Naturalmente, durante questo periodo, il conflitto tra il popolo iraniano e il regime si intensificherà e il regime ricorrerà a molti crimini per far fronte alle rivolte e per cercare di impedire che si verifichino. Ma, alla fine, accadrà l’opposto delle sue intenzioni e non solo non sarà in grado di prevenire le rivolte, ma queste piuttosto si intensificheranno. Consideriamo gli ultimi anni del regno dello scià, per esempio. Lo scià adottò la stessa identica strategia. Nominò un governo militare con il generale Azhari come primo ministro, con la speranza di preservare il suo regime con il pugno di ferro e attraverso l’imposizione della legge marziale. Ma successe il contrario: le proteste si intensificarono e portarono alla sua caduta.
Installare Raisi come presidente del regime e chiudere i ranghi non è stata la prima scelta o la scelta ideale di Khamenei. È, infatti, la sua ultima opzione, e vi ha fatto ricorso per una ragione. Il regime clericale vede come imminente la propria caduta e non aveva strategie praticabili se non porre fine alla messa in scena di “riformismo” o “moderazione”. Ora deve mostrare la sua vera natura. Ma il popolo iraniano ha messo il regime alla prova e non ha la minima illusione che vi sia altra soluzione che il cambio di regime. Per questo assistiamo a manifestanti che chiedono un cambio di regime nelle loro proteste mentre reclamano i loro diritti come l’accesso all’acqua o al pane, e gridano “Morte al dittatore” e “Abbasso il principio del Velayat-e Faqih”.
D: Si dice che la crisi del Covid-19 in Iran sia molto grave. La Resistenza iraniana ha affermato che Khamenei e il suo regime hanno usato il coronavirus per prevenire le rivolte. Hanno avuto successo? Non c’è stata una rivolta della stessa scala delle proteste del 2019.
Khamenei commette ogni sorta di crimini per preservare il suo regime. Negli ultimi due anni, uno dei suoi crimini è stato quello di lasciare il popolo iraniano indifeso di fronte al coronavirus. Dopo l’approvazione dei vaccini Covid-19, i governi in generale hanno cercato di vaccinare le loro popolazioni il prima possibile. Tuttavia, Khamenei ha vietato l’importazione di vaccini americani ed europei in Iran, imponendo centinaia di migliaia di vittime al popolo iraniano.
Khamenei ha adottato questa misura criminale per estinguere lo spirito di resistenza tra la gente e diffondere angoscia e disperazione. Ma, come ho detto prima, c’è stato un fattore che ha cambiato l’intera equazione e ha sconvolto l’agenda di Khamenei. Khamenei non solo ha fallito nell’attuare la sua politica, ma attualmente l’epidemia di coronavirus è diventata un’altra ragione per future rivolte. Il fattore che ha determinato il fallimento di Khamenei è stata la diffusione della rete delle Unità di Resistenza del MEK in tutto l’Iran.
Khamenei intendeva causare vittime di massa sfruttando l’epidemia di coronavirus. Ha calcolato che se il coronavirus avesse provocato vittime di massa la popolazione sarebbe rimasta priva di illusioni e nessuno avrebbe avuto l’energia per insorgere contro il regime. Quindi, ci sarebbe stata un’atmosfera di sconforto e disperazione nella società. Ma ciò che ha cambiato la situazione e ha impedito a Khamenei di raggiungere il suo obiettivo sono state le attività delle Unità di Resistenza in tutto l’Iran. Queste Unità di Resistenza non solo hanno continuato la loro campagna durante i giorni più bui dell’epidemia di Covid-19, ma in realtà hanno intensificato le loro attività e hanno mostrato alla popolazione che anche per combattere il coronavirus occorre prima combattere il “virus dei mullah”.
Negli ultimi tre anni, le Unità di Resistenza del MEK quindi non solo hanno tenuto accese le fiamme della resistenza in ogni arena, ma hanno anche ampliato le loro attività. Hanno ispirato le giovani generazioni di iraniani a continuare il percorso del MEK nonostante i tentativi del regime di impedire loro di scoprire il vero messaggio del MEK e nonostante la campagna di demonizzazione da parte del regime. Pertanto, la politica disumana di Khamenei di causare vittime di massa non ha ottenuto i risultati che avrebbe voluto e ora si è trasformata in un serio problema per il regime. Il regime è ora costretto a tornare indietro sul divieto di Khamenei sui vaccini e ad importarli, perché i mullah sono terrorizzati dalla reazione della gente e dalle incombenti rivolte.

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