sabato, Giugno 25, 2022
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IRAN: LA POVERTÀ SCENDE IN STRADA

Quando Ebrahim Raisi è stato eletto presidente, ha promesso di trovare soluzioni alle numerose crisi che attanagliano il regime, giurando di avviare la “trasformazione”. A cinque mesi dal suo insediamento, non c’è stata nessuna decisione diretta verso il “controllo della crisi” o che desse inizio ad un ” cambiamento” significativo.
Al contrario, i funzionari lanciano costantemente avvertimenti sulla criticità della situazione e sui gravi pericoli a cui il regime dovrebbe fare fronte.
Presentandosi alla TV di stato il 16 gennaio, il ministro degli interni Ahmad Vahidi e il suo vice, Taghi Rostamvandi, hanno commentato seriamente la situazione, evidenziando tutta la fragilità del regime. Taghi Rostamvandi ha sottolineato il crescente ” desiderio di cambiamento ormai fondamentale nel paese”che è andato oltre le strade e ha raggiunto le alte sfere del potere. Secondo il vice ministro degli interni, c’è una ” tendenza verso un governo laico all’interno della struttura del sistema”. Ha poi avvertito che, quando la gente riconoscerà lo stato religioso incapace e impotente nel risolvere le sfide che il paese sta affrontando, cercherà una governance non religiosa, suggerendo che questo dovrebbe essere di allarme per il regime.
Tali commenti, fatti alla presenza di Amhad Vahidi, la dicono lunga sul caos che aleggia dietro le quinte, nelle alte sfere del regime.
L’instabilità dovuta alla gravità della crisi e la minaccia di dure rivolte e ribellioni sono state descritte come ” molto pericolose”da Vahidi nello stesso programma televisivo, avvertendo che “in una tale società, tutto può accadere facilmente”.
Rostamvandi ha anche parlato del ” desiderio di protestare” nella società ribelle dell’Iran, dove la gente tende a “scendere in strada” e a formare “raduni più intensi” con “comportamenti di rottura delle norme”.
Queste ammissioni da parte dei più alti esponenti del regime sono solo la punta dell’iceberg di ciò che realmente cova nel paese reale. Sono tutti segnali che mostrano chiaramente come la Guida Suprema incomincia a perdere la sua presa.
Gli stessi appelli riecheggiano nelle camere del parlamento iraniano. Il deputato Mehdi Asgari ha detto il 9 gennaio:” Dovremmo preoccuparci delle conseguenze del divario tra il popolo e lo Stato”.
“La spina dorsale del popolo si sta spezzando, perché siamo sordi alla sua voce. Il popolo non può più tollerare altre pressioni”, ha gridato in parlamento, avvertendo Raisi di non infiammare la società.
Il 7 gennaio, il giornale statale Eqtesade Pouya ha scritto:”Il paese ha raggiunto un livello critico di miseria e bisogna agire prima che sia troppo tardi, altrimenti la pazienza del popolo si esaurirà e non è chiaro in quale direzione si dirigerà il sistema”.
Abdolreza Mesri, ex ministro e attuale deputato ha avvisato il 6 gennaio:”Una grave crisi è in arrivo, molto più grave di quanto alcuni pensino!”.
Riferendosi all’ultima rivolta nazionale, il giornale statale Mardomsalary ha riportato il 16 gennaio:”l’Iran è soggetto ad eventi molto diversi dal 2017 e dal 2029, questa volta è la povertà a scendere in piazza!”.
Questi sono solo alcuni fatti che hanno costretto il vice ministro degli interni del regime a venire alla televisione di stato a lanciare l’allarme sul “desiderio di apportare un cambiamento significativo nel paese”.
Se la storia è da insegnamento, le dittature hanno sempre cercato di mettere a tacere e ignorare la voce dei soppressi. Ma quando i loro funzionari cominciano a sentire queste voci è forse perché si stanno avvicinando troppo a quelle dei dittatori, precedentemente considerate sicure

 

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