martedì, Ottobre 27, 2020
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Iran: Un regime senza “antiamericanismo”

di Esmail Mohades

L’accordo del secolo o il Patto di Ginevra – leggi Monaco – del nuovo secolo se non altro ha prodotto un effetto: ha messo termine alla scipita disputa sulla natura civile o belligerante dei progetti nucleari del regime teocratico iraniano.

Chi ha vinto, chi ha perso è oramai solo l’argomento della tifoseria delle parti. Molti iraniani, invece, lo chiamano il Trattato di Torkmanchay dei mullà – nella memoria storica persiana il più vergognoso dei trattati quando il 1821 la Persia, sconfitta dalla Russia, dovette accettare la perdita di territori importanti, pagare ingenti somme di denaro e offrire numerose concessioni ai russi.

Ciò che più di ogni altra cosa occorre al regime teocratico al potere in Iran, su cui poter campare, è un nemico contro il quale alzare la bandiera dello scontro; dal 1979 il nemico è stato individuato nel “grande satana”: gli Stati Uniti d’America. Potrà ancora issare questa bandiera? L’accordo di Ginevra, elaborato con il “grande satana”, da mesi e segretamente in una serie di incontri ad alto livello, ha avuto un’accelerazione dopo l’elezione di Rouhani.

Ma ciò che l’ha reso possibile è stata la somma di due debolezze: quella del presidente statunitense Barack Obama e quella più acuta del regime iraniano nella sua figura principale, la Guida Ali Khamenei. Oltre la sponsorizzazione di Obama, i colloqui dall’inizio avevano l’autorizzazione di Khamenei. Il presidente americano non è nuovo a questo tipo di contatti. Prima di entrare alla Casa Bianca già aveva messo in moto i suoi contatti con gli uomini di Ahmadinejad, salvo poi scoprire che nella Repubblica islamica il presidente della Repubblica non conta più di un fico secco.

Perciò, il primo presidente nero della storia degli Stati Uniti ha incominciato nel 2009 un rapporto epistolare con la Guida del regime iraniano, proprio mentre gli iraniani venivano massacrati nelle strade e il volto dolce e insanguinato di Nedà Agha-Soltan entrava, attraverso le televisioni e il web, nelle case in ogni parte del mondo. Se non ci stupisce il comportamento di Rouhani, che domenica a Teheran cantava vittoria, siamo invece meno abituati ai lunghi baci a abbracci tra John Kerry e Catherine Ashton, e soprattutto al discorso infarcito di ottimismo di Barack Obama, tenuto a Washington mentre non s’asciugava ancora l’inchiostro delle firme. Ma cos’è l’accordo raggiunto sul nucleare dall’Iran e i Paesi del cosiddetto 5+1 (Usa, Russia, Cina, Francia, Regno Unito e Germania)?

È un accordo provvisorio: ha una durata di sei mesi in cui il regime iraniano s’impegna a interrompere l’arricchimento dell’uranio sopra il 5%, a non aggiungere altre centrifughe e a neutralizzare le sue riserve di uranio arricchito al 20%. Questo comporta che circa la metà delle centrifughe in funzione a Natanz e tre quarti di quelle di Fordow verranno rese non operative. In cambio il governo di Teheran avrà un alleggerimento su alcune sanzioni per cui vedrà sbloccati qualche manciata di miliardi di dollari fermi in alcune banche.

L’accordo non toglie comunque al regime gli strumenti per dotarsi delle armi nucleari. Non viene, ad esempio chiesto lo smantellamento del reattore di Arak, dove si produce plutonio arricchito. I 5+1 s’accontentano della promessa del regime di non utilizzarlo. Si fidano della parola di un regime che per anni ha proseguito i progetti nucleari in gran segreto, progetti svelati nell’agosto 2002 dall’organizzazione dei Mojahedin del popolo iraniano. L’Iran attualmente ha a disposizione circa 8mila kg di uranio al 3.5%, il che non esclude la capacità della costruzione della bomba atomica, anche se la rende più difficile.

Nei negoziati di Ginevra non s’è parlato dei razzi a medio raggio del regime iraniano, il che giustifica le preoccupazione, a prima vista contrastanti, della Turchia, dell’Arabia Saudita e di Israele. Sin dagli anni Ottanta, però, il problema del regime religioso era, e rimane tuttora, il contrasto con il popolo iraniano. Con buona pace della tifoseria occidentale per i mullà, la stragrande maggioranza della popolazione non ha la benché minima simpatia per il regime e le sue variegate fazioni. Questo accordo e la propaganda derivata scioglieranno le mani del regime nell’intensificare ancora la tenaglia dell’oppressione all’interno. Nei primi cento giorni di governo di Rouhani sono state impiccate almeno 320 persone, tra cui donne e minorenni al momento del reato.

Che la popolazione iraniana non ha alcuna voglia di dotarsi delle armi nucleari è fuori di dubbio. Sono evidenti, dall’altra parte, le istanze democratiche di questa popolazione a cui il regime teocratico non potrà mai dare risposte. Ma questo alle potenze dei 5+1 pare non importi.

 

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