sabato, Dicembre 4, 2021
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L’America dimentica la sua responsabilità verso i dissidenti iraniani in Iraq

Fonte: The Baltimore Sun

Oltre 50 persone, che gli U.S.A. avevano giurato di proteggere, sono state massacrate il mese scorso quasi certamente dalle forze irachene addestrate da noi.

di Thomas Cantwell

Nel 2003, ero un ufficiale superiore a Campo Ashraf in Iraq. In linea con le mie responsabilità di ufficiale obbligato da un giuramento e in base alla Convenzione di Ginevra, feci una promessa solenne al gruppo di 3000 dissidenti iraniani che vivevano lì.

Mi assunsi la responsabilità, come esercito degli Stati Uniti, della sicurezza di queste persone che vivevano nella paura di essere perseguitati dal regime iraniano e dalle squadre sciite sue alleate in Iraq.

Considerati inizialmente “terroristi”, questi dissidenti furono arrestati, disarmati, confinati, sottoposti alle indagini dell’intelligence militare e dell’FBI e, alla fine, gli fu concesso lo status di persone protette secondo la Convenzione di Ginevra. Questa responsabilità non fu solamente mia, ma dell’America.

Il mese scorso, 52 di quegli stessi residenti che noi giurammo di proteggere e, che in alcuni casi, conoscevamo personalmente, sono stati massacrati proprio dalle truppe che noi abbiamo addestrato e alle quali abbiamo girato la responsabilità della protezione del campo. È stato il quinto di una serie di attacchi. Quando le forze militari U.S.A.  si sono ritirate dall’Iraq, il Dipartimento di Stato ha negoziato un accordo trilaterale con la Missione delle Nazioni Unite in Iraq e il governo iracheno, in base al quale gli iracheni avrebbero dovuto rispettare la promessa di garanzia di sicurezza che noi avevamo fatto ai dissidenti.

Le prove disponibili confermano in maniera schiacciante la tesi che le stesse forze di sicurezza irachene siano state o responsabili o i complici dei massacri.

Le 3000 persone che noi abbiamo consegnato agli iracheni con una promessa di protezione corrono ora il pericolo di essere spazzati via completamente.

Il governo iracheno ha negato il suo coinvolgimento nell’ultimo attacco, nel quale 52 uomini e donne disarmati sono stati uccisi, molti in stile “esecuzione”, compresi alcuni feriti sdraiati sulle barelle della clinica.

Trovo questo negare degli iracheni semplicemente incredibile. Si è trattato di assalto durato ore ad una struttura strettamente presidiata dalle forze di sicurezza irachene.

Il checkpoint principale era a meno di 20 metri da uno dei cadaveri. Le riconoscibili camionette blu delle forze di sicurezza irachene sono chiaramente visibili nelle foto e nei video ripresi dalle vittime durante l’attacco.

Gli assalitori hanno usato esplosivi ed armi leggere fabbricate negli U.S.A. Indossavano uniformi e stivali forniti dagli U.S.A.

Le manette usate per legare le mani di uomini e donne disarmate, prima di sparargli in testa, sono fabbricate negli U.S.A.

Il video ripreso all’inizio dell’attacco, mostra gli assalitori che utilizzano tecniche di movimento tattico di tipo U.S.A.

È praticamente impossibile credere che le truppe irachene non siano direttamente coinvolte.

L’Iraq sta ancora una volta scivolando in una amara e prolungata guerra civile. Per quanto possiamo desiderare di gettarci l’Iraq alle spalle, è impossibile ignorare il ritmo crescente degli attacchi settari. Gli attentati suicidi e i morti tra i civili stanno aumentando rapidamente.

I politici dicono che l’influenza iraniana è la componente principale del problema. L’Iran è incoraggiato dalla sempre più esigua presenza degli U.S.A. e le ripercussioni della guerra civile siriana stanno senza dubbio contribuendo a far sì che l’Iraq ripiombi nel caos. Nel bel mezzo di questa distruzione civile si trovano i rifugiati iraniani sopravvissuti, proprio dove li abbiamo lasciati noi.

Il Dipartimento di Stato U.S.A. è ancora ignaro del rischio rappresentato dal rapido deterioramento della questione sicurezza e della crescente minaccia iraniana che il massacro di Campo Ashraf fa presagire. La reazione ufficiale al massacro è stata significativa.

Wendy Sherman, sotto-segretario di stato per gli affari politici, ha testimoniato di fronte alla Commissione del Senato sulle Relazioni Estere il mese scorso che i rifugiati erano al sicuro perché gli erano stati forniti dei “sacchetti di sabbia”.

Questi dissidenti si trovano ora concentrati nel cosiddetto “Camp Liberty” alla periferia di Baghdad. Questa struttura non ha i muri a T di protezione contro i colpi di mortaio. È circondato dalle stesse forze di sicurezza che, verosimilmente, hanno sferrato l’attacco contro Campo Ashraf.

Ma persino più preoccupante della mancanza delle più basilari misure di protezione è il fatto che l’amministrazione Obama non riesce a vedere che l’assalto agli inermi dissidenti iraniani è già di per sé uno sprezzante segnale che il governo iracheno è effettivamente sotto il controllo iraniano.

Un massacro in un polveroso campo iracheno ha delle enormi implicazioni per la leadership americana in tutta la regione.

La nostra responsabilità è chiara. Non c’è una zona grigia, moralmente parlando. Come ha detto il Segretario John Kerry il 19 Aprile: “Una componente della leadership americana è …. lottare per coloro che combattono per i loro diritti… a volte nei luoghi più desolati, senza supporto. È un nostro impegno, lottare per i diritti universali di tutti.”

Il Segretario Kerry dovrebbe prestare attenzione alle sue stesse parole e lottare per quei rifugiati iraniani senza voce ammassati a Camp Liberty. Queste persone, la maggior parte delle quali conserva ancora in tasca i nostri tesserini di “persone protette”, stanno vivendo all’ombra di una guerra civile che si va rapidamente diffondendo e dell’incombente egemonia iraniana. L’unica vera protezione per loro ora è una immediata evacuazione umanitaria che gli garantisca asilo negli Stati Uniti come rifugiati politici. Solo in questo modo l’America potrà riabilitarsi per la sua promessa e l’impegno scritto preso con questi residenti che si sono fidati delle nostre parole.

L’aggravarsi della questione sicurezza a Camp Liberty, l’incapacità e la mancanza di volontà degli iracheni di proteggerli, rende questa decisione terribilmente urgente. Ritardo vuol dire morte.

 

Il Col. Thomas Cantwell è stato comandante del 324° Battaglione della MP di stanza a Campo Ashraf da Maggio a Ottobre 2003. Oggi vive a Frederick.

 

 

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