mercoledì, Ottobre 21, 2020
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NON SOLO SULEIMANI, IL CARNEFICE E’ TEHERAN

Di Elisabetta Zamparutti

Il Riformista 12 Gennaio – Il 1° gennaio scorso l’Iran ha impiccato 8 uomini nel carcere di Rajai-Shahr della città di Karaj. Si è lasciato alle spalle almeno 285 esecuzioni nell’anno appena passato, il che, secondo i dati di Nessuno tocchi Caino, porta ad oltre 3.882 i giustiziati sotto la presidenza Rouhani, in carica dal 1° luglio 2013.

Il 1° gennaio era anche il 48° giorno in cui cittadini iraniani in massa scendevano in piazza contro il regime, nonostante la repressione di quelle manifestazioni avesse provocato almeno 1.500 morti tra uomini, donne e bambini, freddati per lo più da proiettili sparati a bruciapelo dai Pasdaran, e almeno 12.000 arresti. Di loro oggi non si sa più nulla e nessuno se ne interessa, nonostante penda la minaccia di finire con un cappio intorno al collo. Poi è accaduto che il 2 gennaio un iraniano, tra i più feroci tra i generali in circolazione, Qassem Suleimani, capo delle forze Quds, corpo speciale dei Pasdaran, fosse ucciso da un drone americano e diventando perciò, da carnefice, un martire e un eroe. Questo ha acceso i riflettori sull’Iran, ma di una luce che non dirada le tenebre perché non fa conoscere la vera natura del regime di Teheran e i crimini di cui costantemente si rende responsabile.

Suleimani era disprezzato dalla stragrande maggioranza degli iraniani. Durante le rivolte, nel 2018 e nel 2019, i dimostranti hanno strappato i suoi manifesti in diverse città. E in Iraq, dove i manifestanti ne chiedevano da tempo l’espulsione, hanno accolto la sua morte con favore, come un segno della fine del controllo del regime dei mullah sul loro Paese.

Suleimani è stato descritto come uno stratega a capo di milizie implicate in vari scenari funzionali a un disegno espansionista iraniano, ma non è stata comunicata con altrettanta enfasi la natura sanguinaria delle sue milizie. Alcuni magari le ricordano per l’assedio di Aleppo in Siria. Io le ricordo per il massacro di 141 oppositori al regime iraniano, membri dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano, che godevano dello status di rifugiati in Iraq, dove, inermi, sono stati attaccati a più riprese tra il 2009 ed il 2016. Ricordo in particolare l’attacco del 1° settembre 2013 a Campo Ashraf, quando in 52 furono freddati dai miliziani di Suleimani. Il tentativo di una soluzione finale degna di un regime nazista. E non uso questo termine a sproposito, perché l’Iran proclama la cancellazione di Israele dalla carta geografica. Lo stesso successore di Suleimani, quell’Esmail Ghaani che per vent’anni è stato suo vice e il cui curriculum nulla ha da invidiare al suo defunto capo, sembra oggi assai più incline a un approccio violento contro Israele. D’altro canto parliamo di uno Stato in cui componenti della “commissione della morte”, che nel 1988 si rese responsabile del massacro di 30.000 prigionieri politici, ricoprono tutt’ora posti apicali, a partire dall’attuale Ministro della Giustizia Ebrahim Raisi.

Di fronte a questo, non sono risposte adeguate gli appelli alla moderazione rivolti alle parti in causa da chi non distingue le responsabilità, non fa differenza tra aggressori e aggrediti e non pone il rispetto dei diritti umani quale unico indice, serio ed universalmente riconosciuto, per valutare se un Paese rappresenta una minaccia alla pace e alla sicurezza. L’Italia questa moderazione l’ha invocata in nome di una normalizzazione e di una stabilità necessarie a evitare che dalla tensione traggano vantaggio l’estremismo violento e il terrorismo. Come se il detonatore dell’estremismo violento e del terrorismo non fosse l’Iran stesso!

Né la soluzione può essere quella dei droni, non solo perché il loro uso avviene al di fuori di ogni norma e disciplina previste dal diritto internazionale, ma anche perché questo metodo mascherato, sbrigativo e segreto di esecuzione capitale avviene nei confronti di acerrimi nemici dell’America, come Suleimani, e anche di cittadini americani all’estero sospettati di attività anti-americane: cittadini stranieri e americani uccisi sommariamente con i droni, che in America avrebbero avuto un processo con tutte le garanzie possibili, anche quelle previste dal sistema arcaico della pena capitale.
Vale dunque anche per Qassem Suleimani il nostro «Nessuno tocchi Caino», motto che Pannella applicò anche per Saddam Hussein, non per difendere il carnefice, ma per denunciare l’aberrazione di uno Stato che nel nome di Abele diventa esso stesso Caino!

 

 

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